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Alberto Bianco torna con Camaleonte: un album scritto senza alibi

In un mondo di suoni perfetti e intelligenza artificiale, l'imperfezione diventa una forma di verità, un atto politico. E sul referendum del 22 e 23 marzo, Bianco si espone: “Voterò convintamente No"
Alberto Bianco torna con Camaleonte: un album scritto senza alibi
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Quel che colpisce quando parli con Alberto Bianco non è tanto quello che dice, ma quello che sceglie di lasciare fuori. Le parole per lui non sono riempitivo, sono la sostanza. E questa cosa si sente ancora di più in Camaleonte, un disco che può sembrare scritto di fretta ma che, in realtà, è solo scritto senza alibi. E poi te lo dice quasi di passaggio: l’ha inciso su un quattro piste a cassette, un Tascam, come se fosse la cosa più normale del mondo nel 2026.

Composto da undici brani che spogliano la scrittura del cantautore torinese da ogni sovrastruttura e riportano tutto all’essenza – cantautorato, intimità analogica, poesia che convive con caos, leggerezza e malinconia – Camaleonte è una presa di posizione che si maschera da urgenza: una settimana per scriverlo, pochi giorni per registrarlo a Torri in Sabina, insieme a Bob Angelini e Andrea “Fish” Pesce, e nessuna voglia di rifinirlo all’infinito. È il rifiuto “di quel perfezionismo tossico che ti fa rifare una take finché non cancelli anche l’ultima traccia di essere umano…”. Qui succede il contrario: se la voce trema, resta, se la chitarra graffia, meglio. Se entra uno strumento, un altro deve farsi da parte come in una specie di selezione naturale, sopravvive solo quello che serve davvero.

E allora un po’ viene da sorridere, perché mentre fuori c’è gente che passa le giornate a costruirsi un’identità a colpi di stories e caption, Bianco fa il contrario: si toglie di mezzo. Prova a liberarsi dallo sguardo degli altri, di chi ti sussurra “questo funziona”, “questo no”, “questo piacerà”. Ci ha convissuto per anni, lo ammette e adesso sta cercando di eliminare il superfluo. Non è il solito “si stava meglio quando si stava peggio”, con la malinconia analogica pronta all’uso, ma è uno che ha capito una cosa più concreta: che meno possibilità hai, più pesano le scelte. E in un mondo di suoni perfetti e intelligenza artificiale, questa imperfezione diventa una forma di verità. “È una scelta di identità – spiega – un atto politico: restare fedeli al proprio gusto significa resistere”. E a proposito di politica, sul referendum del 22 e 23 marzo, Bianco si espone: “Voterò convintamente No. Senza entrare nei tecnicismi, mi sembra evidente la scarsa credibilità di chi propone certi cambiamenti. È importante partecipare”.

Dentro Camaleonte ci sono i fantasmi di quando tutto era ancora informe: sale prove che sanno di umido, mattine buttate via che poi scopri non lo erano, primi baci che non sapevano di esserlo. Non è nostalgia, è piuttosto un inventario emotivo disordinato, come quando apri una scatola e ti cade addosso una vita intera. In mezzo a questi ricordi prende vita anche il video che vi mostriamo in anteprima di L’amore è anarchia, girato durante le sessioni di registrazione: un pezzo che è una dichiarazione di resa, dove Bianco ammette di non saper proteggere i sentimenti né comandarli, e forse non vuole nemmeno provarci. L’amore non segue regole, non rispetta gerarchie, non ascolta il buon senso. Come i marinai in tempesta, si va avanti bestemmiando e brindando, sperando che il mare decida di lasciarti passare.

Il punto, alla fine, è che lui non sembra particolarmente interessato a “restare” dentro il sistema. Non alle condizioni che gli vengono proposte. Non ha nessuna voglia di trasformarsi nell’ennesimo musicista che deve fare il content creator per legittimarsi. E questa non è una posa: è una questione di sopravvivenza. Perché quando ti accorgi che gli spazi si restringono, che i locali chiudono, che le radio parlano più di quanto suonino, hai due possibilità: adattarti o spostarti. Bianco si sposta e da lì tira fuori un disco che suona vivo, imperfetto, ma presente. E allora capisci che tutta questa ossessione per il controllo alla fine era solo paura travestita da professionalità.

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