L’avvocato delle famiglie delle vittime del Morandi: “La separazione delle carriere non serve, questo processo lo dimostra”
“La riforma della giustizia è negativa per i cittadini, sia per gli accusati che le vittime dei reati. Ma anche per noi avvocati che nel processo per il ruolo che ricopriamo siamo la parte più vicina ai cittadini”. Parla Raffaele Caruso, avvocato genovese della generazione cresciuta con il Legal Forum per il G8 del 2001 e oggi difensore delle vittime della tragedia del Ponte Morandi.
Una riforma negativa per gli avvocati. Eppure si dice che gran parte della categoria sia dalla parte del Sì…
Io ho avuto una sorpresa: quando con alcuni colleghi abbiamo deciso di impegnarci per il No abbiamo dato via a una chat che si chiamava ‘chat carbonari’. Ma appena l’abbiamo aperta anche ai civilisti abbiamo avuto un’ondata di adesioni. E anche tra i penalisti contiamo 120 colleghi, con una camera penale che a Genova ha 300 iscritti.
Partiamo da un processo nazionale, quello del Ponte Morandi in cui lei rappresenta le persone offese. Perché pensa che per le vittime sia meglio se non passa la riforma?
È proprio nel processo Morandi che io vedo che la separazione delle carriere non è necessaria. Anzi. Qui abbiamo avuto un lavoro eccezionale di inchiesta compiuta dalla Guardia di Finanza sotto la guida della Procura. Abbiamo avuto una dimostrazione di indipendenza e ancor più di libertà di chi indagava che è stata una garanzia per le famiglie delle 43 vittime. Mi chiedo cosa sarebbe stato se gli investigatori avessero dovuto rispondere a qualcun altro.
I sostenitori del Sì sostengono che nella Riforma non è scritto che la separazione prevede un pm o una polizia giudiziaria sottoposta all’esecutivo.
Questa riforma è un piano inclinato molto insidioso. Disegna un pubblico ministero con un potere enorme. E sarebbe poi quasi inevitabile porre degli argini a un’accusa così forte. E gli argini potrebbero arrivare solo dall’alto – sottoponendo i pm all’esecutivo – oppure dal basso, cioè sottraendo la polizia giudiziaria alla guida dell’accusa. E affidandola magari all’esecutivo.
Di nuovo: i fautori del Sì dicono che non è scritto nella Riforma…
Tanto per cominciare ci sono stati ministri che lo hanno detto, che hanno ipotizzato un passaggio della Polizia Giudiziaria, che svolge le indagini, sotto il controllo dell’esecutivo. E poi è quasi inevitabile. Guardate i fatti: in tutti i Paesi europei dove c’è la separazione delle carriere, tranne il Portogallo, alla fine i pm sono finiti sotto il controllo dell’esecutivo. Ma c’è un’altra considerazione…
Quale?
In tutto il mondo, e l’Italia in questo è in prima fila, c’è un tentativo politico di rivedere completamente l’equilibrio dei poteri a favore di quelli che sono espressione diretta della volontà popolare.
E anche della maggioranza che governa, quindi. Ma mi aiuti a capire perché la Riforma non aiuta i cittadini accusati di reati e quindi anche gli avvocati che li difendono.
Primo, il pubblico ministero, com’è concepito adesso, non deve soltanto raccogliere prove di accusa. Deve innanzi tutto cercare la verità. Faccio un esempio concreto: dopo la chiusura delle indagini e il deposito degli atti, l’avvocato può chiedere che l’indagato sia ascoltato. E se il pm si rende conto che l’impianto accusatorio non regge, allora chiede l’archiviazione. Voi non immaginate quanti processi abbiamo evitato in questa fase… e con questo anni di fatiche e costi… proprio perché il pm non deve per forza arrivare a una condanna, ma deve cercare la verità.
Ancora: i sostenitori del Sì dicono che è stato proprio il fascismo a disegnare una giustizia unitaria, senza carriere separate.
È una ricostruzione falsata. È vero che il fascismo aveva disegnato un sistema giudiziario unitario. Ma sottoposto all’esecutivo. Poi sono arrivati i padri costituenti che avevano ancora sulla pelle le scottature della dittatura e hanno preso quella costruzione e l’hanno capovolta: il sistema giudiziario resta unitario, ma è interamente sottratto al Governo. Così diventa totalmente indipendente.
C’è poi la creazione di due Csm. Si dice, per evitare lo strapotere delle correnti.
L’equilibrio tra i poteri è una costruzione straordinaria e delicatissima, come il meccanismo di un orologio di precisione. E qui, pezzetto dopo pezzetto, si rischia di demolirlo. Prendete l’articolo 105 della Costituzione dove sono indicati i chiodi cui appendere l’indipendenza e la libertà dei giudici da poteri esterni: l’assunzione, l’assegnazione e i trasferimenti, le promozioni e le sanzioni disciplinari dei magistrati sono affidate a organismi indipendenti. La riforma del Csm rischia di rompere quell’ingranaggio delicatissimo: i componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura non saranno eletti, ma sorteggiati. Così si rischia di togliere agli eletti la legittimazione e l’autorevolezza che devono avere.
E la componente laica, cioè politica?
Appunto. Per loro vale un sorteggio temperato, tra nomi indicati dal Parlamento. Insomma, per giudici e politici valgono regole diverse. Uno per uno si tolgono quei chiodi che rendono indipendenti i giudici e che sono una garanzia per i cittadini. Ripeto, sia per gli accusati che per le vittime, come i familiari della tragedia del Morandi.
Lei dice che la Riforma non conviene nemmeno agli avvocati. Eppure tanti suoi colleghi sono favorevoli. Perché?
Credo che dovremmo ricordarci che i magistrati – sia i giudici che i pubblici ministeri – e gli avvocati hanno compiti diversi, ma con uguale dignità. I magistrati hanno come obiettivo la ricerca della verità, invece gli avvocati devono affermare l’esistenza del dubbio. Mi spiego: io mi sento garantito perché so che sia il giudice che il pm non devono condannare, ma, è scritto nel codice, cercare la verità “oltre ogni ragionevole dubbio”. Mentre l’avvocato deve dimostrare proprio l’esistenza di quel dubbio. Io faccio sempre la metafora del salto in alto.
Il salto in alto?
Sì, per i magistrati l’asticella è posta a due metri, è più alta perché rappresenta la verità. Per gli avvocati è più bassa, un metro e mezzo, perché è sufficiente dimostrare l’esistenza di un dubbio.
Con questo paragone non rischia di scontentare tanti suoi colleghi?
Niente affatto. Ma dobbiamo soltanto ricordarci che abbiamo ruoli diversi: il magistrato giudica, l’avvocato chiede in nome del suo assistito. Mi viene in mente Geordie di De André.
Cosa c’entra De André con i processi?
La canzone racconta dell’innamorata di Geordie, condannato a morte, che implora i giudici per affermare le ragioni del suo uomo. Questo è il compito degli avvocati: chiedere in nome di una persona accusata. Tutelarla. Noi avvocati dobbiamo ricordarci della dignità del chiedere, del far sentire la voce per chi non può parlare. È un compito essenziale. Non c’è una figura nel processo che ha più dignità dell’altro. Soltanto magistrati e avvocati hanno compiti diversi. Se l’avvocato non accetta di aver compiti diversi dal magistrato, resterà sempre un senso di rivalsa che non sarà mai appagato. Per questo dico: noi avvocati dobbiamo pensare al nostro lavoro e al destino di chi tuteliamo e se passerà questa riforma, che rischia di aprire le porte allo strapotere dell’accusa e una magistratura non più libera e indipendente, i nostri assistiti – siano essi accusati o vittime – saranno più indifesi.