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Puglia, il salario minimo rischia di diventare una beffa: i 9 euro ci sono, ma la Regione taglia il tempo di lavoro

Il Governo Meloni si era opposto alla legge regionale, ma la Corte Costituzionale gli aveva dato torto; il centrosinistra aveva parlato di trionfo, ma oggi quella vittoria assume contorni beffardi, visto che gli stipendi potrebbero essere addirittura più poveri di prima
Puglia, il salario minimo rischia di diventare una beffa: i 9 euro ci sono, ma la Regione taglia il tempo di lavoro
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La legge sul salario minimo della Regione Puglia rischia di trasformarsi in una beffa per i lavoratori: paga oraria più alta ma monte ore tagliato, con la conseguenza di meno servizi per i cittadini pugliesi e salario mensile da fame per i lavoratori. Che ora sono sul piede di guerra, hanno mobilitato il sindacato e interpellano il centrosinistra pugliese, che della norma regionale sul salario minimo aveva fatto un caso nazionale, battendo anche il Governo Meloni davanti alla Corte Costituzionale. Facciamo un passo indietro, all’estate 2023, quando fecero scalpore le interviste di alcuni lavoratori. In una mano i contratti, nell’altra mano pochi spiccioli: tre monete da 1 euro e tre monete da 20 centesimi: in totale 3,60 euro l’ora, quanto la Regione Puglia pagava gli addetti al portierato e alla custodia delle proprie sedi. “Un caporalato legalizzato” fu la definizione di quei lavoratori, tra cui Marco Porpora, in servizio presso la struttura regionale del Convitto Palmieri di Lecce.

Anche da lì partì l’iniziativa legislativa per il salario minimo, presentata da un consigliere regionale del Pd poi prematuramente scomparso, Donato Metallo. Una legge semplice: nessun appalto della Regione Puglia poteva prevedere una paga oraria inferiore ai 9 euro l’ora. Una norma varata dal consiglio regionale targato Michele Emiliano nel novembre 2024 e subito impugnata dal Governo Meloni, che chiese alla Corte Costituzionale di annullarla. Un anno dopo, però, il 16 dicembre 2025, la sentenza 188 della Corte fu di segno opposto: il ricorso del governo era inammissibile, la norma pugliese del tutto valida. Il centrosinistra diede fuoco alle polveri: “Meloni ha fallito” disse la segretaria del Pd Elly Schlein, invitando la premier a “approvare subito la proposta delle opposizioni sul salario minimo”, mentre il vicepresidente M5S Mario Turco sottolineò che “fissare una soglia minima inderogabile che stabilisca il confine tra lavoro e sfruttamento è un obiettivo imprescindibile” e il segretario Avs Nicola Fratoianni parlò di “un ceffone al governo, che continua a affossare ogni provvedimento che restituisce dignità ai lavoratori”. Idem la politica regionale: Michele Emiliano parlò di “una vittoria importantissima” e l’allora presidente del consiglio regionale Loredana Capone disse che “la Puglia anticipa e dà il buon esempio”.

Tre mesi dopo, però, la realtà si presenterebbe diversa: il nuovo bando per i servizi di custodia e portierato prevede sì il salario minimo di 9 euro ma prevede anche il taglio dei servizi con un monte ore previsto di 1.152 ore mensili. “Oggi con il vecchio capitolato il monte ore è di 1.738, che significa lavoratori full time a 40 ore settimanali” spiega ancora Marco Porpora, lavoratore e rsa. “Ovviamente c’è la clausola sociale, cioè nessun lavoratore viene lasciato a casa, e ci mancherebbe altro: ma questo significa che noi lavoratori passeremmo da 40 a 25 ore settimanali, con uno stipendio mensile di poco più di 700 euro. E che abbiamo concluso?”. La vicenda non è semplice: i servizi di alcune sedi regionali (ad esempio il Museo Castromediano di Lecce) sarebbero stati definiti “opzionali” e quindi eliminati dal capitolato, con il conseguente taglio del monte ore complessivo. Il sospetto che serpeggia tra i lavoratori è che l’operazione serva a emanare in seguito un nuovo bando per creare un bacino di nuove assunzioni.

Chi si rifiuta di parlare per ipotesi però è il sindacato. “Abbiamo ricevuto questa segnalazione e abbiamo subito chiesto chiarimenti alla Regione Puglia” spiega Barbara Neglia, segretaria regionale della Filcams-Cgil, che in effetti l’11 marzo ha protocollato insieme alla Fisascat-Cisl una richiesta di incontro al dirigente responsabile della gara in scadenza l’8 aprile, Mario Lembo (una richiesta analoga è stata depositata anche dall’Usb). Non è chiaro al momento quale sia l’assessore che debba occuparsene: la delega al personale è nelle mani di Sebastiano Leo, le sedi da vigilare appartengono all’assessorato alla cultura, guidato da Silvia Miglietta, la gara d’appalto è stata bandita dalla segreteria generale della presidenza. Probabile quindi che tocchi direttamente al neo governatore Antonio Decaro sbrogliare la matassa e tenere fede all’impegno del salario minimo senza che questo si trasformi in una beffa per le tasche dei lavoratori.

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