Dossier hard in FdI, la Procura di Prato chiude le indagini sul “caso Cocci” e accusa di revenge porn politico empolese
La Procura di Prato ha depositato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, mettendo un primo, pesantissimo punto fermo su una vicenda torbida che da mesi avvelena il clima politico regionale toscano. Fu proprio Il Fatto Quotidiano a fine agosto 2025 a far esplodere il caso, rivelando per primo l’esistenza di un dossieraggio a luci rosse nato per far saltare le candidature interne a Fratelli d’Italia.
Poggianti principale accusato, scompare Belgiorno
Dal comunicato diffuso dalla Procura guidata da Luca Tescaroli le accuse formalizzate contro l’ex vicepresidente del consiglio comunale di Empoli Andrea Poggianti sono gravissime: revenge porn, diffamazione aggravata e tentata violenza privata. Emerge poi un secondo dato importante: l’atto riguarda esclusivamente Poggianti. Non vi è invece alcun riferimento alla posizione di Claudio Belgiorno, che in passato era stato indagato e perquisito nella stessa inchiesta. La posizione di Belgiorno è stata stralciata perché risulta ancora indagato in concorso con altre persone, nei confronti delle quali, si legge nell’avviso di chiusura indagini, si procede separatamente.
È stato Cocci a indirizzare le indagini: i due moventi
A sbrogliare la matassa e a tirare in ballo i due ex colleghi di partito era stato lo stesso Tommaso Cocci, raccontando agli inquirenti i retroscena della sua vita personale e politica, inclusa la sua guida come segretario nella loggia massonica Sagittario, la stessa dell’imprenditore Riccardo Matteini Bresci, finito al centro dello scandalo corruzione dell’ex sindaca di Prato Pd Ilaria Bugetti.
Grazie a queste rivelazioni, gli investigatori hanno potuto distinguere nettamente i moventi dei due politici coinvolti inizialmente: Poggianti avrebbe agito per profondi risentimenti personali legati a passate frequentazioni intime condivise proprio con Cocci, mentre Belgiorno sarebbe stato spinto da esclusive mire politiche, essendo anch’egli candidato al Consiglio regionale e concorrente diretto di Cocci.
Il fango, le foto e il ricatto
Le carte dell’inchiesta confermano come l’indagato abbia diffuso 34 lettere anonime in modo capillare e con modalità diverse secondo il destinatario, indirizzandole a vertici di partito, sindaci, consiglieri e testate giornalistiche. L’obiettivo era costringere Cocci alle dimissioni. I plichi contenevano immagini intime di Cocci che, secondo gli accertamenti, sarebbero state scattate proprio all’interno della camera da letto dell’abitazione di Poggianti a Empoli.
A queste foto si accompagnavano accuse costruite a tavolino: le missive dipingevano Cocci come un assuntore di “cocaina e chemsex” e partecipante a “orge gay” in un hotel Riparbella di Livorno con “43 ragazzi anche minori”. L’intento era triplice: distruggere Cocci, attaccare la sua appartenenza massonica e ledere la reputazione dell’onorevole Chiara La Porta, accusata falsamente nelle lettere di voler coprire gli scandali.
Iphone, foto e giornali. Le prove a carico
Nel suo I Phone, e in una pennetta usb, sarebbero saltate fuori tre delle immagini intime dell’ex consigliere di Fdi finite nelle lettere anonime. Non solo. Nel telefono “disponeva di un elenco dei politici e delle testate giornalistiche ai quali sono state sequestrate le missive sequestrate”; l’ultima modifica del documento sarebbe avvenuta il 27 giugno 2025, “in data antecedente di soli pochi giorni rispetto alla data riportata nei timbri riportati su sette delle dieci missive indirizzate alle figure politiche del comune di Prato”.
Poggianti respinge ogni accusa
“Le prime lettere sono iniziate ad arrivare mentre ero in viaggio di nozze, dall’altra parte del mondo – si difende l’ex politico di Empli –. Riguardo alle foto, ne sono state trovate due e risultano in fase di cancellazione nel 2022: come avrei potuto riassemblarle e usarle dopo anni? Senza contare – conclude – che nelle lettere e nelle buste anonime non c’è traccia del mio Dna né delle mie impronte. Sono vittima di una macchina del fango”.
I ruoli apicali nella Loggia “Sagittario”
L’inchiesta si intreccia con quella per corruzione sull’ex sindaca Bugetti e sull’imprenditore Matteini Bresci, ex maestro della loggia Sagittario e vicino a Cocci, che avrebbe sostenuto la sua nomina. Per chiarire la rete di rapporti, la Procura ha sequestrato gli elenchi della Gran loggia Alam, ora al vaglio anche per verificare eventuali logge o soci “occulti”. Le indagini e le acquisizioni documentali hanno confermato l’effettiva appartenenza di Cocci alla loggia pratese.
Lo stesso Cocci, interrogato il 4 settembre 2025, ha ammesso la sua pregressa militanza, dichiarando di esserne stato il Segretario nel periodo in cui l’imprenditore Riccardo Matteini Bresci ricopriva il ruolo di “Maestro Venerabile”. Inoltre, dall’analisi del telefono sequestrato a Matteini Bresci, è emerso che Cocci ricopriva anche l’importante carica di 1° Sorvegliante della loggia.
L'”uomo di fiducia” di Matteini Bresci
I pm considerano “aderente alla verità” il ritratto delineato dai corvi nelle delazioni, secondo cui Cocci era considerato “uomo di fiducia nella destra pratese” del Venerabile Matteini Bresci mentre l’ex sindaca Ilaria Bugetti lo era nel PD. Trova conferma anche la circostanza che i due abbiano partecipato insieme all’inaugurazione della nuova sede della Provincia Massonica di Firenze e che Cocci avesse effettivamente collaborato con un altro legale massone per assistere clienti di nazionalità cinese, come denunciato nei dossier.
La prova della rete di complici (il segreto istruttorio)
C’è un dettaglio investigativo fondamentale sottolineato dai magistrati per spiegare la rete di complicità dietro il ricatto. Le lettere anonime riportavano testualmente: “Ci sono oltre due anni di intercettazioni che confermano che Tommaso Cocci è stato ed è Segretario della loggia Sagittario”. Dato che la notizia di queste intercettazioni è diventata di dominio pubblico solo in epoca successiva alla stesura e spedizione delle missive, la Procura deduce che l’autore della macchina del fango fosse in possesso di notizie coperte da segreto, accessibili esclusivamente tramite “un canale istituzionale qualificato”.
Per gli inquirenti, questa è la prova regina che corrobora l’ipotesi che l’indagato Andrea Poggianti abbia agito in concorso con altri soggetti. Per questo l’inchiesta non è finita qui. Il massimo riserbo copre ora i prossimi passi degli inquirenti, che stanno proseguendo gli accertamenti per identificare la rete di complici che ha materialmente agevolato la produzione e la distribuzione capillare delle lettere anonime.
La fuga da Fratelli d’Italia e la caccia ai complici
Le conseguenze politiche della vicenda sono state devastanti. Come riportano le cronache locali, dentro Fratelli d’Italia ad oggi è rimasto solo Tommaso Cocci. Andrea Poggianti aveva infatti già abbandonato il partito ancor prima che la situazione precipitasse, mentre Claudio Belgiorno si è dimesso subito dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, denunciando un clima troppo pesante e di “fuoco amico” da parte dei colleghi, poco solidali nei suoi confronti.