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Dazi Usa, 35 miliardi di dollari bruciati dall’auto. Gli importatori i più colpiti

L'analisi di Autonews.com stima impatti fino al 2026: utili sotto pressione, listini in salita e strategie industriali in revisione tra incertezza normativa e nodo accordi nordamericani
Dazi Usa, 35 miliardi di dollari bruciati dall’auto. Gli importatori i più colpiti
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I dazi statunitensi voluti dall’amministrazione Trump? Alle case automobilistiche sono costati almeno 35,4 miliardi di dollari dal 2025. Lo dice un’analisi della testata specializzata Automotive News. Il dato include i costi totali dei dazi per il 2025 e le proiezioni fino a marzo di quest’anno, laddove disponibili. Naturalmente, i marchi che importano di più negli Stati Uniti sono anche quelli più danneggiati dalle tariffe trumpiane: per Toyota, ad esempio, il conto da saldare ammonta a 9,1 miliardi di dollari nel suo anno fiscale 2026, che si concluderà il 31 marzo.

Tuttavia, anche le “Big 3” di Detroit – Ford, GM e il braccio americano di Stellantis – dovranno mettere sul tavolo 6,5 miliardi di dollari. BMW, Honda, Hyundai-Kia, Mazda, Mercedes-Benz, Nissan, Subaru e Volkswagen hanno riportato o si aspettano conti doganali superiori al miliardo di dollari ciascuna. Cifre da sborsare mentre la crisi internazionale crea incertezza sui mercati e mentre i car makers rivedono le loro strategie per far fronte a vendite di veicoli elettrici inferiori alle attese (il costo della “retromarcia” è quantificato in 70 miliardi di dollari), complice la cancellazione degli incentivi all’acquisto ordinata da Trump.

Con un’ulteriore aggravante: non è ancora chiaro quali dazi potrebbero restare in vigore e quali potrebbero essere negoziati o eliminati. Attualmente le case automobilistiche pagano le tariffe aggiuntive sui veicoli importati negli Stati Uniti, ma con un’aliquota che varia in base al paese d’origine secondo i molteplici accordi raggiunti dall’amministrazione Trump con i partner commerciali nel 2025. I veicoli provenienti dall’Unione Europea, dal Giappone e dalla Corea del Sud sono soggetti a un dazio del 15%, mentre i veicoli prodotti in Canada o Messico conformi alle regole di libero scambio nordamericane sono soggetti a un’imposta del 25% sul valore del loro contenuto non statunitense (ovvero la componentistica). L’imposta sull’importazione di acciaio e alluminio è del 50%. Resta invece in vigore il dazio del 100% sui veicoli elettrici cinesi (introdotto dall’amministrazione Biden).

In attesa di maggiore chiarezza, le case automobilistiche hanno in gran parte scelto di assorbire inizialmente i costi dei dazi, ritenendone molti temporanei, come affermato da Sam Fiorani, vicepresidente delle previsioni globali sui veicoli presso AutoForecast Solutions. Ciò ha evitato i rincari diffusi che alcuni analisti si aspettavano al momento dell’annuncio, ma ha inflitto duri colpi ai profitti aziendali. Tuttavia, alcuni aumenti di prezzo e spostamenti della produzione si sono rivelati inevitabili e i suddetti costi iniziano a ricadere gradualmente sui consumatori.

Dal terzo trimestre del 2025 fino a febbraio 2026, i prezzi di listino dei produttori sono aumentati più velocemente per i veicoli assemblati in Canada, Giappone, Germania e Messico rispetto a quelli prodotti negli Stati Uniti. Il numero di veicoli venduti negli USA costruiti al di fuori del Nord America è calato alla fine del 2025. Le case automobilistiche hanno venduto circa 817.720 veicoli importati da oltreoceano nel quarto trimestre del 2025, in calo del 7,9% rispetto all’anno precedente, secondo l’Automotive News Research & Data Center. Spostare la produzione negli Stati Uniti? Richiede investimenti significativi e una spesa parallela da parte dei fornitori, molti dei quali versano in difficoltà finanziarie dopo anni di crisi della catena di approvvigionamento e costi elevati.

Il 2026 sarà un altro anno cruciale per l’automotive: l’accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA) è soggetto a una revisione obbligatoria entro luglio, un processo che potrebbe rivelarsi controverso date le continue tensioni commerciali. Trump ha ripetutamente minacciato di uscire dall’accordo, che stabilisce le regole per il transito transfrontaliero di veicoli e componenti con trattamenti di favore. Case automobilistiche e fornitori hanno però esortato gli Stati Uniti a restare nell’accordo trilaterale, definendolo cruciale per la competitività globale della regione. Ma con Trump al comando, ogni ipotesi è sul tavolo, incluso l’autolesionismo industriale.

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