Libano, l’indifferenza del governo per le vittime degli attacchi israeliani
In Libano ci risiamo: Hezbollah lancia razzi contro il territorio israeliano e l’esercito di Tel Aviv bombarda, uccide (oltre 700 civili al 14 marzo), invade, terrorizza e obbliga, attraverso “ordini di evacuazione” vaghi, generici e intempestivi, centinaia di migliaia di persone a lasciare le loro case. Tutto già visto tra l’8 ottobre 2023 e il 27 novembre 2024, quando 13 mesi di attacchi israeliani in Libano in risposta ai lanci di razzi di Hezbollah contro le aree civili del nord di Israele causarono sul lato libanese migliaia di vittime civili.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno più volte denunciato le conseguenze di quegli attacchi israeliani (anche col fosforo bianco) contro villaggi e terreni agricoli, giornalisti, personale delle Nazioni Unite, istituti di microcredito, ambulanze, strutture sanitarie e loro professionisti e volontari nonché le esplosioni simultanee di massa di dispositivi elettronici: veri e propri crimini di guerra.
Il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 prevedeva il ritiro di Israele dal sud del Libano entro 60 giorni. Questa parte dell’accordo non è stata attuata: il 18 febbraio 2025 Israele ha annunciato che avrebbe mantenuto una presenza militare e il controllo temporaneo in cinque “punti di osservazione strategici”. Nove giorni dopo il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che le sue forze sarebbero “rimaste a tempo indeterminato” in una zona cuscinetto lungo il confine. Ad agosto, il primo ministro Netanyahu ha chiaramente detto che la “riduzione graduale” della presenza israeliana era legata al disarmo di Hezbollah.
Nel primo anno successivo al cessate il fuoco, Israele ha condotto attacchi in Libano quasi quotidianamente uccidendo oltre 380 persone, almeno 237 delle quali civili, e continuando a distruggere strutture civili lungo il confine. Intere comunità rimangono sfollate e prive di mezzi di sostentamento. Ora se ne stanno aggiungendo altre.
In tutto questo, cosa ha fatto il governo libanese a tutela del diritto delle vittime e delle persone sopravvissute alla verità, alla giustizia e alla riparazione? E cosa ha fatto per pretendere che Israele rispondesse dei suoi crimini? Amnesty International, Human Rights Watch, Legal Agenda, Reporters sans frontières e il Sindacato dei giornalisti libanesi lo hanno chiesto al ministro della Giustizia Adel Nassar e al vice primo ministro Tarek Mitri, che è anche a capo del Comitato nazionale per il diritto internazionale umanitario. La risposta, le cinque organizzazioni, se la sono data da sole rispetto alle cose non fatte sul piano interno e internazionale.
Il governo di Beirut non ha promosso indagini rapide, approfondite, indipendenti e imparziali sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Al di là della volontà o meno di farlo, c’è un “piccolo” problema: manca una legge nazionale che consenta di perseguire quella tipologia di crimini. Il governo avrebbe potuto subito accettare, ai sensi dell’articolo 12.3 dello Statuto di Roma, la giurisdizione della Corte penale internazionale affinché avviasse indagini su crimini di sua competenza commessi nel territorio libanese a partire almeno dall’8 ottobre 2023.
Il governo avrebbe potuto registrare tutte le uccisioni, i ferimenti e gli altri danni contro la popolazione civile e invitare il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla promozione della verità, della giustizia, della riparazione e della garanzia di non ripetizione a visitare il Libano e a raccomandare le necessarie misure da intraprendere a tutte le parti in conflitto.
Queste cose non sono state fatte ma, sottolineano le cinque organizzazioni per i diritti umani, possono ancora e devono essere fatte. A maggior ragione dopo quanto successo nelle ultime settimane. È tardi ma non è ancora troppo tardi. Rischia però di esserlo, alimentando ancora di più la sfiducia della popolazione libanese nei confronti delle proprie autorità (oltre che, naturalmente, di Hezbollah).