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Caporalato digitale nel food delivery: indagine a Messina su paghe da tre euro a consegna

Coinvolti circa 300 rider, soprattutto studenti e giovani disoccupati: lavoro organizzato via WhatsApp, obbligo di segnalarsi “liberi” ogni minuto e compensi inferiori al contratto. Quattro indagati e quasi 700 mila euro di contributi da recuperare
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Un sistema di gestione del lavoro basato su chat WhatsApp, paghe minime e controllo costante dei tempi di consegna. È il quadro emerso da un’indagine della Procura di Messina che ha portato alla notifica di un avviso di conclusione indagini per caporalato nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery. L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro (Nil) di Messina, con il supporto del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo. Al centro dell’inchiesta un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe coinvolto circa 300 rider, in gran parte studenti universitari e giovani disoccupati.

Paghe basse e lavoro organizzato via chat

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i rider venivano contattati e coordinati attraverso chat su WhatsApp, dove ricevevano istruzioni operative e aggiornamenti in tempo reale. Il compenso per le consegne sarebbe stato di circa tre euro ciascuna, con importi che in alcuni casi risultavano inferiori alla metà di quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

In un contesto economico già fragile, sostiene l’accusa, i lavoratori erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, esponendosi a rischi elevati nel traffico pur di raggiungere un livello minimo di guadagno.

Il meccanismo del “libero” e il controllo dei tempi

L’indagine avrebbe portato alla luce quello che gli investigatori definiscono un vero e proprio sistema di “caporalato digitale”, fondato su un controllo costante dei rider. Per ridurre i cosiddetti tempi morti tra una consegna e l’altra, i lavoratori erano obbligati a inviare tramite WhatsApp la parola “libero” al termine di ogni consegna, aggiornandola ogni minuto.

I responsabili dell’azienda monitoravano così in tempo reale la disponibilità e i tempi di esecuzione. In caso di ritardi o rallentamenti, i rider venivano contattati telefonicamente per fornire spiegazioni.

Di fatto, secondo la Procura, i fattorini non avevano la libertà di rifiutare una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato”; in caso contrario scattavano ammonimenti o la perdita della possibilità di ricevere nuovi ordini. Un meccanismo che, secondo gli investigatori, generava una condizione di totale subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi di lavoro particolarmente intensi.

Sanzioni e recupero dei contributi

Oltre all’ipotesi di caporalato, agli indagati vengono contestate violazioni delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e la responsabilità amministrativa della società. Per queste irregolarità i carabinieri del Nil hanno già comminato sanzioni per oltre 66.900 euro. Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e assistenziali non versati, per un importo complessivo di circa 696 mila euro.

Secondo gli investigatori, il sistema si basava sull’utilizzo di contratti di prestazione occasionale, con il limite di 5.000 euro annui per lavoratore. Una soglia che i rider non potevano superare, circostanza che avrebbe consentito all’azienda di impiegare centinaia di fattorini senza stabilizzare i rapporti di lavoro.

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