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Sì! Boom! Voilà!: quando cinque musicisti si mettono insieme e tornano alle origini

Il progetto noise-punk di Roberta Sammarelli (ex Verdena), N.A.I.P. e altri tre musicisti che hanno deciso di ricominciare da zero
Sì! Boom! Voilà!: quando cinque musicisti si mettono insieme e tornano alle origini
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Il momento più surreale del concerto arriva quando il frontman sul palco tira fuori una riffa come su un volo della Ryanair. Numeri estratti, premi improbabili, il pubblico che ride come fosse una gag nel mezzo di un rito iniziatico. È una scena perfetta per spiegare cosa sono i Sì! Boom! Voilà!: cinque musicisti – Roberta Sammarelli (ex Verdena), Davide Lasala, Giulio Ragno Favero (ex Teatro degli orrori), Giulia Formica (Baustelle) e Michelangelo Mercuri aka N.A.I.P. che nella vita reale fanno già dischi, produzioni, tour, collaborazioni con nomi solidi, e che a un certo punto hanno deciso di comportarsi come se tutto questo non fosse mai esistito. Cinque amici che si incontrano in sala, attaccano gli strumenti e vedono cosa succede.

Favero lo dice quasi con naturalezza: “Non è un gesto anacronistico, è semplicemente il modo in cui nascono le band. Solo che di solito questo accade quando hai vent’anni e nessuna carriera alle spalle. Qui succede dopo”. È la differenza tra un debutto e una regressione volontaria. Il nome della band invece sembra nato per caso: “Sì! Boom! Voilà! – spiegano – non è stato deciso da qualcuno in particolare: in un certo senso è stato delegato a terzi, e col tempo è diventato quasi una profezia. Come se fosse il nome a guidare la band e non il contrario”. Prima l’assenso, poi l’esplosione, poi l’apparizione. Perché il vero centro del progetto rimane lo show. Sul palco, cinque musicisti suonano come se fossero tornati nella prima sala prove della loro adolescenza. Forse è proprio questo il trucco.

Dentro il gruppo c’è anche Roberta Sammarelli, che molti conoscono per la lunga militanza nei Verdena. Lasciare una band arrivata a un livello altissimo per ripartire quasi da zero sembra una decisione che andrebbe spiegata con grandi teorie artistiche. In realtà la spiegazione è molto più semplice: alcune persone non possono smettere di suonare. “Quando un progetto dura troppo a lungo rischia di diventare una sorta di routine. Ritrovare quell’energia in un progetto nuovo diventa uno stimolo, anche per affrontare quello che si stava già facendo”. Così nasce questa specie di collettivo rumoroso in cui la forma canzone viene rispettata e sabotata nello stesso momento.

Il primo disco omonimo è composto da undici brani presentati dal vivo in un breve tour nei club a febbraio. I titoli sembrano slogan scritti a caso sui muri: Vivere così così non si può più, Dio come ti odio, Un pezzo degli Swans.

Il riferimento agli Swans non è soltanto un omaggio, ma anche una provocazione a un certo indie contemporaneo dove il noise è diventato una texture elegante da inserire tra due brani da playlist. Qui invece il rumore è una cosa fisica, quasi artigianale. “Le canzoni nascono prima dalla musica e poi dalle parole. Titoli appuntati su fogli sparsi, collage di frasi, immagini che si attaccano agli arrangiamenti come adesivi su una chitarra”. Favero racconta di divertirsi a “scarabocchiare” idee: il progetto gli ha dato la possibilità di far esplodere quel gioco. Lasala racconta che “la registrazione è avvenuta in una decina di giorni. Prima l’immediatezza, poi – solo dopo – il controllo. È una dinamica quasi opposta a quella della produzione contemporanea, dove la rifinitura precede spesso la nascita stessa delle canzoni”.

Il risultato è un suono crudo, diretto, una specie di noise-punk che si avvicina a quello di gruppi come gli Idles, anche se il punto non è il genere ma l’energia. Il primo singolo, Pinocchio, gioca proprio su questo terreno ambiguo. Può essere la storia di un Paese che continua a raccontarsi favole oppure il ritratto di cinque musicisti che a questo punto delle loro vite hanno deciso di smettere di raccontarsele.

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