Schizza il prezzo del petrolio, si rischia il rialzo dell’inflazione: uno statista saprebbe cosa fare
Il prezzo di un barile di petrolio ha toccato la soglia dei 110 dollari, con un aumento del 50% rispetto a prima dell’inizio della guerra scatenata da Netanyahu e Trump il 28 febbraio 2026 (oggi a quota 100, ndr). Dal punto di vista energetico siamo tornati indietro di quattro anni alla primavera del 2022. Poi sappiamo come è andata, almeno sul piano economico. La guerra tra Russia e Ucraina ha alimentato una forte inflazione che ha superato per il carrello della spesa anche le due cifre. L’inflazione generale è stata spinta dall’aumento dei prezzi della benzina, del gasolio e dell’elettricità, che ha sconvolto le dinamiche energetiche dell’economia italiana e internazionale.
Si ripeterà ora lo stesso scenario economico, essendo molto simile quello bellico? Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che i prezzi in questione sono in buona parte dei prezzi politici, dipendendo per metà dalle forze di mercato e per l’altra metà dalle regole istituzionali. Tocca quindi alla politica dare una risposta, anche in tempi celeri.
Che il prezzo della benzina e del gasolio siano dei prezzi politici è un fatto ben noto. Il prezzo che noi tutti paghiamo alla pompa è solo per metà dovuto al costo della materia prima e al costo della trasformazione industriale. L’altra metà è il carico fiscale distinto in due componenti: una tassa fissa, la cosiddetta accisa, e l’imposta sui consumi, l’Iva. Qundo il prezzo del petrolio sale aumenta anche la base imponibile, e quindi crescono le entrate dello Stato. Una prima cosa da fare sarebbe allora quella di bloccare, nel gergo finanziario sterilizzare, questi aumenti della componente fiscale. È quello che ha fatto il governo Draghi, e quello che aveva promesso la premier Meloni. In particolare, nel suo programma elettorale del 2022, troviamo il seguente impegno: “Sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”.
Questa sterilizzazione non è mai avvenuta per ragioni di cassa, caso tradizionale ma non isolato di manifesta ipocrisia elettorale, ma ora la situazione è ben diversa e si tratta di agire con urgenza per spegnere sul nascere la fiamma inflazionistica.
Anche il prezzo dell’energia elettrica è un prezzo politico, anche se di natura diversa, per il modo in cui viene calcolato. Se prendo la mia bolletta del mese scorso posso vedere che il kilowattora è prodotto da fonti diverse che hanno costi differenti. Il 51% dell’energia che consumiamo in famiglia proviene da fonti rinnovabili, il 2% dal carbone, e il 42% dal gas. L’anolmalia sta nel fatto che non pago, come milioni di italiani, il kWt secondo il suo costo reale specifico, ma al costo più alto, in questo caso quello del gas. Il prezzo del kWt è unico per tutte le fonti e viene calcolato sulla fonte di produzione marginale, che è la più cara. Per fare un esempio piutttosto banale, è come se acquistando al banco degli affettati del supermercato della mortadella, del cotto e del crudo, pagassimo tutto al prezzo più elevato, cioè a quello del crudo in quanti insaccati. Questa situazione sarebbe abbastanza ridicola e palesemente irrazionale, eppure è quello che accade nel mercato dell’energia dove tutti noi, consumatori e imprese, siamo costretti a pagare per ragioni poco comprensibili l’energia al prezzo più salato.
La conseguenza fondamentale di questo meccanismo anacronistico è che quando il prezzo del gas schizza verso l’alto, lo fa anche il costo della bolletta, anche se questo aumento incide minimamente sulle altre fonti energetiche, che lucrano in questo modo una succosa rendita. Se potessimo pagare la bolletta segmentando le varie fonti, come sarebbe naturale, il suo costo sarebbe molto più basso, con grande sollievo per le finanze familiari. L’attuale sistema di calcolo, chiamato del prezzo marginale, forse aveva una sua logica quando è stato introdotto, ma oggi produce solo un danno per famiglie e imprese. Sarebbe giunto il momento di cambiarlo. Una commissione di esperti nominata dal governo rigorosamente non partigiana potrebbe offrire una soluzione ragionevole in poche settimane.
Un governo serio dovrebbe essere già all’opera per contenere gli effetti dell’inflazione che si annuncia. Il ministro Giorgetti ha affermato che si sta già adoperando per trovare le risorse. In realtà queste risorse sono già disponibili. Il governo con la recente finanziaria ha fatto un regalino a molti italiani, quelli con un reddito tra i 28mila e i 50mila euro, con una riduzione dell’aliquota dell’Irpef di due punti (vantaggio massimo di 440 euro). Il costo complessivo per l’erario è di circa tre miliardi. Nella situazione di emergenza attuale e per evitare conseguenze future, credo che si potrebbe rimandare di un anno questo sconto fiscale, e utilizzarlo oggi per tamponare la falla energetica che la guerra ha aperto.
Comunque non c’è alternativa. O il costo della terza guerra del Golfo lo sosteniamo subito usando le risorse dell’Irpef disponibili, frenando quindi la possibile inflazione in attesa che la forza distruttrice della guerra scemi, oppure lo pagheremo abbondantemente con l’inflazione dispiegata tra qualche mese. Uno statista saprebbe cosa scegliere, vedremo cosa farà la premier Meloni, che ora si trova nella scomoda posizione di Draghi di qualche anno fa, non più all’opposizione ma al governo.