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Epstein file, Starmer non parlò mai con Mandelson prima della nomina. E al futuro ambasciatore negli Usa vennero poste solo tre domande

Il caso resta una mina per il premier inglese. Alcuni documenti rilasciati dalla Commissione Parlamentare che indaga sui fatti e un’esclusiva di The Times dipingono un processo decisionale opaco e affrettato
Epstein file, Starmer non parlò mai con Mandelson prima della nomina. E al futuro ambasciatore negli Usa vennero poste solo tre domande
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Il caso Mandelson resta una mina per Keir Starmer. Nel dicembre 2024 il premier laburista nomina Peter Mandelson, storico esponente del New Labour ed ex commissario Ue al Commercio, ambasciatore britannico negli Stati Uniti. La scelta mira a sfruttare l’esperienza “unrivalled”, senza paragoni, di Mandelson per gestire il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e rafforzare la “special relationship” in un momento di protezionismo e tensioni globali. Invece diventa una ferita aperta che continua a sanguinare, e contribuisce ad indebolire un governo già con un piede fuori dalla porta di Downing Street.

La vicenda ruota attorno ai legami di Mandelson con Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali su minori e morto in carcere nel 2019. Rapporti che non si erano interrotti dopo la prima condanna del 2008 per sollecitazione della prostituzione minorile: documenti e email emersi negli ultimi mesi mostrano contatti continuati, inclusi soggiorni nella casa di Epstein a New York nel 2009 (mentre era in carcere) e scambi di informazioni sensibili, con Mandelson che fa da insider trader di scelte economiche classificate del governo britannico di Gordon Brown.

Starmer annuncia la nomina il 20 dicembre 2024. Pochi giorni prima, il Cabinet Office aveva compilato un “due diligence checklist” che segnalava esplicitamente un “general reputational risk”, un rischio reputazionale, legato alla relazione di Mandelson con Epstein, citando articoli e report preesistenti. Il premier ha ammesso di aver saputo di questi legami, ma sostiene di essere stato ingannato sulla loro profondità e continuità. In Parlamento, il 10 settembre 2025, ha garantito che era stato seguito un “full due process”, la procedura prevista per le verifiche dei candidati ad un incarico pubblico. Eppure, documenti rilasciati di recente dalla Commissione Parlamentare che indaga sui fatti e un’esclusiva odierna di The Times dipingono un processo decisionale opaco e affrettato.

Starmer non parlò mai direttamente con Mandelson prima della nomina. Delegò il controllo sui legami con Epstein a due figure fidate e vicine a Mandelson: Morgan McSweeney (allora chief of staff di Downing Street, amico personale e pupillo di Mandelson, dimessosi poi nel febbraio 2026 come capro espiatorio del fiasco) e Matthew Doyle (direttore della comunicazione del premier, che ammise di aver socializzato con Mandelson proprio in quel periodo). A Mandelson vennero poste solo tre domande sul rapporto con Epstein. McSweeney non espresse giudizi sulle risposte; Doyle le giudicò “soddisfacenti”. Il National Security Adviser Jonathan Powell definì il processo “weirdly rushed”, stranamente affrettato in conversazioni successive. Riserve vennero espresse anche da Sir Philip Barton (ex permanent secretary al Foreign Office) e da Dame Karen Pierce (ambasciatrice uscente a Washington), diplomatica apprezzatissima, che aveva più volte segnalato il rischio politico negli Usa.

Mandelson è rimasto in carica solo sette mesi: è stato rimosso nel settembre 2025 dopo l’emergere di email che dimostravano legami più stretti di quanto dichiarato. Ha ricevuto un’indennità di 75.000 sterline dai contribuenti. Ne aveva chiesto 500mila. Resta sotto indagine della Metropolitan Police per presunta cattiva condotta in un ufficio pubblico, ma ha affidato la propria difesa allo studio Mishcon de Reya, noto per la sua aggressività processuale. Dice di aver risposto con accuratezza e di non aver agito per guadagno personale, ma il conflitto di interessi sembra palese: durante il viaggio ufficiale a Washington di Starmer organizzò una visita agli uffici di Palantir, il colosso della Difesa con cui poco dopo il governo britannico ha firmato contratti miliardari. Palantir era clienta di Global Counsel, la società di consulenza fondata da Mandelson e dismessa a febbraio, dopo la sua caduta.

Starmer ha chiesto scusa alle vittime di Epstein, assumendosi la responsabilità della nomina di Mandelson. Ma le rivelazioni recenti ne erodono ulteriormente la credibilità. Politicamente, il danno è strutturale. Starmer aveva costruito la sua immagine, e vinto le elezioni, su un messaggio di cambiamento, rigore, trasparenza e rottura con gli scandali Tory. Nominare un ambasciatore politico in una destinazione sensibile, rompendo con la prassi di privilegiare diplomatici di carriera e minimizzando o non approfondendo i tanti campanelli d’allarme, appare un errore di giudizio aggravato da una gestione ristretta a una cerchia personale. I conservatori chiedono dimissioni; voci interne al Labour parlano di arroganza e di una gestione autoritaria del partito, e le recenti sconfitte elettorali suggeriscono che il leader laburista possa avere le settimane contate.

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