“È frustrante sapere che ogni volta ricostruiamo la nostra vita e, poco dopo, Israele ci attacca e la distrugge. Siamo esausti», racconta Maya Ayache, volontaria per le famiglie sfollate di Beirut, in una videotestimonianza mandata al Fattoquotidiano.it. Il Libano, martoriato dai bombardamenti da più di dieci giorni, vede ormai oltre di 800mila sfollati, circa 1500 feriti e oltre 600 morti. “La maggior parte delle vittime sono civili”, spiega Majdi Majzoub, rifugiato palestinese del campo profughi di Chatila, nella capitale libanese. La vita quotidiana dei cittadini è stata stravolta, i negozi sono chiusi, il meridione sfollato e “temiamo un’occupazione permanente, è difficile immaginare un futuro ora”, continua Ayache.
Le colonne di fumo si alternano ai profili dei grattacieli di Beirut, dove torna ad aleggiare il fantasma della guerra dopo meno di due anni dagli ultimi bombardamenti di Tel Aviv. Le evacuazioni e gli attacchi israeliani sono diretti principalmente contro il sud del paese e i quartieri meridionali di Beirut, noti per ospitare Hezbollah anche se in quelle zone vivono
milioni di persone civili che con la resistenza armata o le milizie sciite non hanno nulla a che fare.
Sembrano un ricordo lontano le strade illuminate a festa di Gemmayzeh, una delle strade principali di Beirut, o i ristoranti di Hamra, il quartiere di sinistra della capitale. Non suonano più le casse dei club, schierati sul lungomare nei pressi del porto, ancora fermo dopo l’esplosione del 2020. “Non riceviamo aiuti umanitari dal nostro governo, siamo noi, persone comuni, a prenderci la responsabilità di aiutare le famiglie sfollate fornendo coperte, materassi, cibo e qualsiasi cosa serva”, spiega la volontaria. In pochissimi giorni le comunità si sono organizzate insieme alle ong locali e alle associazioni, come Nation Station, mettendo su punti di distribuzione e primo soccorso. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno consumato una rottura con l’esercito libanese, reo di non aver voluto prendere le armi in una guerra civile contro Hezbollah, mentre i bombardamenti a tappeto di Israele continuano a colpire senza preavviso aree residenziali e auto – anche nella capitale, fuori
dalle zone d’influenza del gruppo armato – il sud e l’est del paese.
“La mia vita è stravolta ma non è paragonabile a quello che stanno passando le persone che hanno perso le loro case, o che non sanno se potranno mai tornare ai loro villaggi, o che hanno visto bruciare i loro ulivi e i loro campi. Questa carneficina deve finire”, conclude Ayache.
di Annaflavia Merluzzi e Paolo Martino