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Biennale di Venezia, Buttafuoco si gioca la carta del padiglione dei dissidenti di Buttafuoco per disinnescare il caso Russia

Dopo la richiesta del ministro Giuli delle dimissioni della consigliera Tamara Gregoretti, il presidente della Biennale rilancia con due iniziative dedicate ai dissidenti di Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione europea
Biennale di Venezia, Buttafuoco si gioca la carta del padiglione dei dissidenti di Buttafuoco per disinnescare il caso Russia
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Dissidenti russi alla Biennale. L’infuocatissima polemica sul padiglione russo alla rassegna culturale di Venezia – che ha visto come ultimo atto la richiesta di dimissioni da parte del ministro della Cultura Alessandro Giuli della consigliera favorevole al ritorno della Russia – si arricchisce ora di un elemento che sembra rispondere direttamente alle critiche politiche e diplomatiche degli ultimi giorni e alle richieste che arrivano direttamente dal governo. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, in un intervento su Il Foglio annuncia infatti due iniziative dedicate esplicitamente ai dissidenti: da un lato la commemorazione del cinquantenario della Biennale del Dissenso voluta nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con l’invito a cinque figure oggi sgradite ai rispettivi governi (Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione europea); dall’altro un ciclo di incontri dedicato al pensiero del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij.

La mossa appare come un tentativo di spostare il terreno della discussione: non più solo la presenza o meno della Russia come Stato alla Biennale, ma il ruolo dell’istituzione veneziana come spazio di libertà per le voci critiche e non allineate. In questa chiave la citazione della Biennale del Dissenso del 1977 non è casuale: quella manifestazione, nata durante la Guerra fredda, fu pensata proprio per dare visibilità agli intellettuali perseguitati nei Paesi del blocco sovietico.

Il contesto politico, però, resta incandescente. Giuli ha chiesto il passo indietro di Tamara Gregoretti, accusandola di non aver informato il ministero sulla possibile partecipazione della Federazione Russa. Gregoretti ha respinto la richiesta, rivendicando l’autonomia statutaria della Biennale e ricordando che i membri del consiglio non rappresentano i soggetti che li hanno nominati. Intanto la questione è uscita dai confini culturali per diventare apertamente geopolitica. Da un lato c’è la linea più prudente sostenuta da parte del governo e da esponenti parlamentari come Federico Mollicone, secondo cui il padiglione russo rischierebbe di trasformarsi in un problema diplomatico nel pieno della guerra in Ucraina. Dall’altro lato c’è chi, come il vicepremier Matteo Salvini, sempre vicino alle posizioni della Russia, che difende l’idea di una cultura universale che non escluda nessuno.

Nel frattempo cresce anche la pressione internazionale: una petizione online contro la partecipazione russa ha raccolto migliaia di firme, tra cui quelle dell’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko e dell’attivista e dissidente russo Garry Kasparov. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato l’ipotesi di un ritorno della Russia alla manifestazione. L’iniziativa annunciata da Buttafuoco sembra quindi voler offrire una via simbolica d’uscita: trasformare la polemica sulla presenza russa in un discorso più ampio sulla libertà degli artisti e sulla tradizione della Biennale come luogo di confronto tra dissenso e potere. Resta però da capire se questo richiamo storico basterà a disinnescare uno scontro che ormai non riguarda più soltanto la cultura, ma gli equilibri politici e diplomatici dell’Europa in tempo di guerra, ora allargata a contesti fino a un mese fa inimmaginabili.

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