Matías Almeyda: “C’è la guerra e noi parliamo di una partita. Tirano missili che costano 50 milioni di euro”
In Spagna la guerra in corso in Medioriente viene percepita in altro modo rispetto all’Italia. Il premier Pedro Sanchez ha negato all’esercito americano l’utilizzo delle basi militari in Andalucia per l’operazione israelo-statunitense contro l’Iran. E ha schierato apertamente il suo Paese contro la guerra, anche a costo di scontrarsi con Donald Trump. I riflessi di questa posizione si riverberano nella società civile, anche nel calcio, dove il tema del conflitto non è un tabù. Per ultimo, ne ha parlato apertamente Matías Almeyda, l’argentino ex Lazio, Parma e Inter, oggi allenatore del Siviglia che domenica scenderà in campo contro il Barcellona nella 28esima giornata de La Liga.
“Dobbiamo capire che il calcio è il riflesso fedele della società. Perché oggi ci sono delle guerre e noi parliamo di giocare una partita: questo significa che non ci importa nulla”, ha detto Almeyda davanti ai giornalisti presenti. Poi l’ex centrocampista, che siede sulla panchina del Siviglia da questa stagione, ha spiegato: “Questa è la parte triste del calcio, il business deve andare avanti e ogni cosa lo segue”. La sua non è frivola morale, anzi tira in ballo anche se stesso: “C’è la guerra e io mi spacco per capire come impostare la squadra e cercare di spezzare questi 23 anni“. Tanto è passato dall’ultima vittoria del Siviglia al Camp Nou.
“Quindi passiamo da qualcosa di molto bello a qualcosa che è praticamente disumano“, ha proseguito Almeyda. Che poi ha aggiunto considerazioni slegate dal mondo del pallone: “Tirano missili che costano 50 milioni di euro. E dopo diciamo: ‘in Africa c’è la fame‘. Io dico: perché invece di tirare quei missili non spendiamo 50 milioni di euro in cibo, in istruzione?”. Almeyda conclude la sua riflessioni con un’amara considerazione: “Continuiamo a vivere in un mondo che è un mondo ognuno per sé“. Un appello, quello del tecnico del Siviglia, inusuale nel calcio moderno, dove quasi nessuno osa esprimere opinioni su quel che accade. E dove, semmai, i calciatori corrono a ritirare premi dal potente di turno, fingendo di non sapere ciò che succede nel mondo. Come il suo connazionale argentino, Leo Messi.