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La morte o meno del diritto internazionale dipende anche da noi cittadini

Quando i governi tollerano le violazioni, tacciono di fronte ai crimini o usano i diritti come linguaggio selettivo, la responsabilità non può restare confinata nei palazzi
La morte o meno del diritto internazionale dipende anche da noi cittadini
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di Rocco Tralli

È dalla continua violazione della norma fondamentale della Carta delle Nazioni Unite — il divieto dell’uso della forza contro uno Stato sovrano sancito dall’articolo 2, paragrafo 4 — e dallo svuotamento dello Statuto della Corte penale internazionale, che include tra i crimini di sua competenza il crimine di aggressione, che si misura oggi la crisi più profonda del diritto internazionale.

Troppe guerre, troppe violazioni, troppa impunità, troppi doppi standard. Ma dire che il diritto internazionale è morto rischia di essere una sconfitta troppo pesante. Il diritto internazionale può sopravvivere solo se qualcuno decide di difenderlo. E quel qualcuno non sono soltanto i governi, le corti o le organizzazioni multilaterali, ma siamo anche noi cittadini.

Le democrazie si reggono su un principio semplice: chi governa agisce anche in nome dei governati. Per questo, quando i governi tollerano le violazioni, tacciono di fronte ai crimini o usano i diritti come linguaggio selettivo, la responsabilità non può restare confinata nei palazzi del potere. I cittadini hanno il dovere di informarsi, dissentire, chiedere coerenza, pretendere che i valori proclamati all’interno valgano anche all’esterno.

Nelle nostre democrazie si è progressivamente indebolito il pensiero critico, mentre la partecipazione pubblica si è fatta più fragile, più intermittente, più superficiale. Al posto di valori come responsabilità, solidarietà e coscienza civile, si è imposto troppo spesso un narcisismo alimentato dai social network, dove tutto viene consumato in fretta, esibito, semplificato, piegato all’emozione del momento. In questo spazio saturo di reazioni immediate, anche la guerra diventa contenuto, il dolore spettacolo.

Far rinascere il diritto internazionale significa allora ricostruire non solo regole tra gli Stati, ma anche una cultura civica dentro le società. Significa restituire serietà al dibattito pubblico, profondità all’informazione, forza alla partecipazione democratica. Senza cittadini consapevoli, nessun principio internazionale regge davvero: resta carta fragile, facilmente sacrificabile davanti alla convenienza politica.

Il diritto internazionale non rinascerà da solo, ma potrà rinascere solo quando le società democratiche smetteranno di considerarlo un tema lontano e cominceranno a trattarlo come una propria responsabilità civile. Perché il diritto internazionale non rinascerà nei vertici se prima non rinasce nelle coscienze. E se decidiamo di lasciarlo morire, non saremo più al sicuro.

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