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Ultimo aggiornamento: 14:15

Trump: “Sulla base di quello che mi hanno detto Steve, Jared, Pete e Marco ho pensato che l’Iran stava per attaccarci”

Il presidente Usa ammette di aver ordinato l'attacco sulla base dei consigli dei suoi uomini più fidati, non dell'intelligence
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“La situazione stava degenerando molto velocemente, il punto di non ritorno… gli Stati Uniti l’hanno trovato inaccettabile. Secondo me, sulla base di quello che mi hanno detto Steve e Jared e Pete e altri…Marco era così coinvolto nella questione…che ho pensato che stavano per attaccarci. Penso che avrebbero – se non l’avessimo fatto nel momento in cui l’abbiamo fatto, penso che avessero in mente di attaccarci. Se avete notato, hanno fatto qualcosa che è stato molto stupido, direi. Hanno attaccato i loro vicini, e i loro vicini erano in gran parte neutrali o per lo meno non sarebbero stati coinvolti e sono stati attaccati. E questa cosa ha avuto l’effetto contrario”. A parlare è Donald Trump, nella conferenza stampa del 9 marzo, da Miami, dove ha parlato della guerra in Iran e risposto alle domande dei giornalisti. Al minuto 8.16, dopo avere elencato i successi tecnologici dell’esercito americano, ha dichiarato che a spingerlo ad attaccare, e a farlo in quel momento, sono state le informazioni ricevute da Steve Witkoff – inviato speciale in Medio Oriente senza alcuna esperienza diplomatica e uomo di fiducia del presidente che conosce dagli anni ’80 in quanto investitore e sviluppatore immobiliare di New York -, Jared Kushner – marito di sua figlia Ivanka, mentre dietro il progetto immobiliare della “Nuova Gaza” nonché vicinissimo a Netanyahu – e Pete Hegseth – capo del Pentagono, ex militare, politico e conduttore televisivo di Fox che ha concluso la sua conferenza stampa sulla guerra in Iran recitando un salmo della Bibbia. Il presidente Usa ha dichiarato che sono stati loro a fornire le informazioni decisive affinché l’attacco avvenisse in quel preciso istante. Trump nomina loro e non l’intelligence che peraltro, come ha scritto Cnn fin dal primo giorno del conflitto, non aveva prove che certificassero l’avanzamento del programma nucleare di Teheran né tanto meno che il regime degli Ayatollah volesse attaccare.

Quando nel 2016 Trump era stato eletto nel suo primo mandato, aveva promesso: “Smetteremo di correre a rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla, con cui non dovremmo essere coinvolti”. Nei dieci anni successivi ha promosso il suo messaggio isolazionista, assicurando ripetutamente ai suoi sostenitori “America first” – gli stessi che gli hanno garantito la vittoria elettorale per due volte – che non ci sarebbero state più guerre eterne come quelle in Afghanistan e Iraq. Ora la decisione del presidente di colpire l’Iran con forza – uccidendo la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei – ha scatenato dure reazioni anche tra i suoi sostenitori. Peraltro lui stesso, nel 2011, aveva accusato Obama – allora presidente – di essere incapace di negoziare e di volere quindi attaccare Teheran per garantirsi la rielezione. Per quanto ai suoi elettori avesse garantito di essere un pacificatore, nella stessa conferenza stampa del 9 marzo, sembra avere dimenticato il messaggio che ha avuto un peso di rilievo nella sua elezione alla Casa Bianca: “Sto mantenendo le mie promesse del 2015 – ha detto -. L’Iran era una minaccia allora, poi è diventata una minaccia molto maggiore. Adesso non lo è più non lo sarà più per un bel po’ di tempo”.

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