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Prova a chiedere “scusa” per aver ucciso Manuel Mastrapasqua, la famiglia della vittima: “Stai zitto”

Milano - Al processo d'appello Daniele Rezza, condannato a 27 anni, ha chiesto di parlare. La difesa dell'imputato ha chiesto una perizia psichiatrica
Prova a chiedere “scusa” per aver ucciso Manuel Mastrapasqua, la famiglia della vittima: “Stai zitto”
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È accusato di aver ucciso un ragazzo per prendergli cuffiette del valore di 15 euro. Oggi ha provato a chiedere “scusa e perdono”, all’inizio del processo d’appello a Milano, Daniele Rezza, il 21enne che l’11 ottobre 2024 a Rozzano, nel Milanese, accoltellò Manuel Mastrapasqua (a destra nella foto), 31 anni. Condannato a 27 anni di reclusione nel luglio 2025, l’imputato ha preso la parola per poche dichiarazioni e per dire che prova “dispiacere verso la famiglia: non volevo togliergli la vita, posso dire tante volte scusa, ma ho capito in questo anno e mezzo che non posso dare indietro un figlio, un fratello”.

Dopo queste parole ci sono stati momenti di tensione quando i familiari della vittima, tra cui la madre e il fratello minore, hanno gridato “stai zitto” all’indirizzo di Rezza. Intanto, la difesa dell’imputato prova a giocare la carta della incapacità di intendere e volere con una richiesta di perizia psichiatrica alla Corte d’Assise d’appello.

Per la difesa, il ventunenne ha una “disregolazione delle funzioni emotive che dà reazioni sproporzionate, non sa valutare in modo cosciente le situazioni che ha davanti, non riesce a controllare i suoi impulsi per una patologia psichiatrica”. La sostituta pg Olimpia Bossi ha chiesto di respingere l’istanza, perché la “incapacità di gestire la rabbia è caratteristica di un carattere aggressivo e immaturo, ma da qui a dire che sia una patologia a me pare escluso, sia clinicamente che dai documenti depositati dalla stessa difesa”. La Corte oggi dovrà decidere sull’istanza difensiva.
Nel condannarlo a 27 anni la Corte di primo grado aveva applicato la continuazione tra l’omicidio e la rapina, escludendo la sola aggravante del nesso teleologico tra i due reati (restano quelle dei futili motivi e della minorata difesa) e riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante per la sua “immaturità”.

“La difesa – ha evidenziato la pg Bossi – pone l’accento non sulla capacità di intendere ma su quella di volere, parlando di una pregressa patologia caratterizzata da impulsività da cui deriverebbe la difficoltà a gestire gli impulsi, che ha portato l’imputato ad una reazione spropositata”. Tuttavia negli atti, secondo la Procura generale, non c’è alcun elemento da cui rilevare un disturbo mentale. La difesa ha depositato “un certificato ad uso scolastico di quando Rezza aveva 14 anni e da cui nulla emerge”.

Per l’avvocata Roberta Minotti, legale di parte civile della famiglia Mastrapasqua, dalle carte risulta che “il funzionamento cognitivo di Rezza è nella norma, tanto che dice pure ‘ho preso 27 anni per una coltellata”. La sentenza di primo grado, ha aggiunto la legale, “è ben motivata e per questo la difesa prova l’unica carta della imputabilità”. Difesa che, invece, ha fatto presente che il giovane in carcere prende “farmaci per la schizofrenia”.

Quella notte Mastrapasqua stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato di via Farini, a Milano, quando, sceso dal tram a Rozzano, venne aggredito da Rezza e ucciso con una coltellata vicino al cuore. “Quando l’ho visto volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere”, mise a verbale Rezza durante dopo l’arresto, il 13 ottobre 2024.
Dopo l’aggressione, il padre dell’imputato – che gettò anche quelle cuffie che gli diede il figlio – lo accompagnò alla stazione di Pieve Emanuele. Da là Rezza prese un treno per Pavia e poi un autobus per Alessandria, dove venne arrestato.

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