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Novità letterarie: dal rock alla mafia, tre libri che raccontano vite al limite

Novità letterarie: dal rock alla mafia, tre libri che raccontano vite al limite
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Esistono notti che non finiscono mai, notti alimentate da paranoia, eccessi e quel vuoto pneumatico che ti assale quando il successo ti ha già dato tutto, tranne una ragione per svegliarti il giorno dopo. Insomnia di Robbie Robertson (traduzione di Gianluca Testani; Jimenez Edizioni) è il diario di bordo di un naufragio condiviso tra due titani che hanno ridefinito l’immaginario americano.

Tutto inizia con un funerale mascherato da festa: The Last Waltz. Quando le luci del Winterland si spengono nel 1976, Robertson si ritrova senza i compagni di una vita, senza un matrimonio e con il peso di un mito difficile da gestire. Bussare alla porta di Martin Scorsese a Beverly Hills non fu solo cercare un tetto, ma trovare un complice. Anche “Marty” era in pezzi. Due trentacinquenni famosi, ricchi e allo sbando, decidono di convivere, trasformando un appartamento in un laboratorio di sopravvivenza creativa. Il libro ci trascina nel post-sbornia degli anni Settanta, un territorio dove il cast è da capogiro — da De Niro a Harvey Keitel, fino a una Sophia Loren che spunta come un miraggio — ma dove il vero protagonista è il pericolo. Robertson racconta senza sconti la tentazione dell’autodistruzione e quella collaborazione simbiotica che avrebbe dato vita alle colonne sonore più iconiche del cinema moderno.

È un viaggio tra set leggendari e stanze piene di fumo, dove l’ambizione era l’unica medicina contro la paranoia. Insomnia non è la solita biografia rock, né un manuale di cinema. È il ritratto brutale di un’amicizia nata sotto il segno dell’insonnia, appunto: quella condizione che ti impedisce di sognare perché sei troppo impegnato a restare vivo. Robertson scrive con la precisione di un montatore cinematografico, restituendoci l’odore di un’epoca irripetibile.

C’è un’abitudine rassicurante nel narrare la mafia come un corpo estraneo, un virus o un cancro che aggredisce un organismo altrimenti sano. È una metafora che pulisce le coscienze, ma che Antonio Vesco, nel suo Criminalità immaginate (Tamu Edizioni), smonta con la precisione di chi non si accontenta delle narrazioni da prima serata. Vesco punta il dito contro un’antimafia istituzionale che si è arroccata su contrapposizioni binarie: da una parte lo Stato buono, dall’altra il criminale brutto e cattivo. Una lettura moralista che, a forza di fabbricare eroi e vittime, ha finito per trasformare la questione mafiosa in una questione di ordine pubblico o di etica individuale, svuotandola della sua natura politica. Il risultato? Un movimento inchiodato al feticcio della “legalità” che ignora le radici materiali del potere.

L’autore prende in prestito il concetto di “comunità immaginate” di Benedict Anderson per ribaltare la prospettiva. La mafia non è solo violenza e pistole; è un sistema di governo che cammina sulle gambe di professionisti, imprenditori e politici. È la cosiddetta “borghesia mafiosa” che costruisce egemonia attraverso il clientelismo e la corruzione, muovendosi perfettamente a proprio agio tra le pieghe del capitalismo moderno. La mafia, suggerisce Vesco, non corrompe il corpo sociale: ne è una delle forme possibili di gestione. Ripoliticizzare la mafia significa smettere di guardare lo stigma criminale per iniziare a guardare i flussi di capitale e i meccanismi di consenso.

Vesco ci invita a un esercizio necessario: rompere lo specchio delle semplificazioni per affrontare la mafia come un fenomeno storico, economico e, soprattutto, di potere concreto. Un libro che scotta, perché toglie l’alibi dell’”illegalità” a chi vive dentro il sistema.

C’è un momento preciso, nella vita di ogni uomo che ha barattato i propri sogni con una scrivania a tempo indeterminato e un aperitivo nel Quadrilatero, in cui la maschera inizia a stringere. È un prurito sottopelle, un’allergia al si deve fare che Francesco Azzena cattura con precisione nel suo La playlist della fuga (Edizioni Amarganta). Giulio ha quarant’anni e un’esistenza che sembra il catalogo di una vita di successo, ma che puzza di muffa interiore. Così, senza il preavviso di una lettera o il rumore di una porta sbattuta, molla tutto. La sua non è una vacanza, è una ritirata strategica che lo porta dalla Milano dei fatturati alla sabbia brasiliana, passando per il luccichio artificiale di Dubai.

Il romanzo si muove al ritmo di una colonna sonora che scandisce ogni capitolo, come a voler dare un battito cardiaco a una rinascita che non è mai indolore. Azzena non ci regala la solita favoletta del “mollo tutto e sono felice”: la fuga di Giulio è costellata di incidenti, di incontri che sono specchi deformanti e, soprattutto, dal confronto con una ragazza molto più giovane. È lei il vero giudice, quella che lo costringe a guardare oltre la maschera plasmata dal mondo per vedere se, sotto, è rimasto ancora qualcosa di vivo. Azzena scrive un romanzo sull’evasione che, paradossalmente, parla di responsabilità. Quella verso se stessi. È un libro per chi si sente fuori tempo massimo, per chi ha paura di voltarsi indietro e per chiunque creda che una crisi non sia la fine, ma l’unico modo per tornare a essere umani.

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