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Libertà d’informazione, delegazione per il monitoraggio di nuovo ignorata dal governo. Rai, querele temerarie e spionaggio: le raccomandazioni

Dopo la missione del 2022, il consorzio di organizzazioni è tornata per valutare i cambiamenti fatti a tutela dei giornalisti. Nessuno dell'esecutivo, tranne la segreteria tecnica del sottosegretario Sisto, li ha ricevuti
Libertà d’informazione, delegazione per il monitoraggio di nuovo ignorata dal governo. Rai, querele temerarie e spionaggio: le raccomandazioni
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Sono ritornati in Italia dopo due anni per parlare dello stato della libertà di informazione nel Paese e, di nuovo, il governo ha preferito non incontrarli. Il consorzio Media Freedom Rapid Response, gruppo di organizzazioni che monitora la libertà di stampa e le sue violazioni in Europa, è stato a Roma per dare seguito alla missione del 2024 e valutare se ci sono state evoluzioni sul fronte della tutela dei giornalisti. Ma, come due anni fa, l’esecutivo ha declinato gli inviti: l’unico confronto possibile è stato con la segreteria tecnica del sottosegretario Fi Francesco Paolo Sisto, ma non alla presenza del parlamentare. “Rispetto all’ultima volta si è aperto un canale e restiamo a disposizione”, hanno osservato gli organizzatori. Resta però un segnale di scarso interesse generale, mentre tutta l’attenzione è rivolta alla campagna elettorale sul referendum per la separazione delle carriere. Eppure i temi su cui la missione ha chiesto chiarimenti sono cruciali per la libertà di informazione: governance della Rai che viola l’European Media Freedom Act, recepimento della direttiva anti Slapp (le cosiddette “querele temerarie), concentrazione del sistema mediatico e sorveglianza dei giornalisti.

Le porte chiuse del governo (e un solo spiraglio)

Il Media Freedom Rapid Response è “un meccanismo a livello europeo che monitora, controlla e reagisce alle violazioni della libertà di stampa e dei media negli Stati membri Ue”. Nel viaggio di “follow up” in Italia, hanno partecipato gli esponenti di cinque organismi: European Federation of Journalists, International Press Institute, Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, European Centre for Press and Media Freedom e Free Press United.

“L’Italia”, ha esordito la coordinatrice Rodina (ECPFM) nel corso di una conferenza stampa presso l’Ordine dei giornalisti, “ha registrato 488 violazioni della libertà di stampa dal 2020”, un numero che si basa sulle segnalazioni raccolte e ricevute sulla piattaforma Mapping Media Freedom. Per Paola Spadari, segretaria dell’Ordine, “i numeri sono anche più gravi”: “Pochi giorni fa abbiamo incontrato il presidente della Repubblica e abbiamo fatto presente la situazione”, ha dichiarato. “Mattarella ci ha ascoltati con grande interesse. C’è un clima di delegittimazione della professione che ci preoccupa moltissimo”. Anche per questo, la necessità di un ulteriore approfondimento. “È la terza volta che torniamo”, ha dichiarato Sielke Kelner (OBCT). Tra gli incontri che ha definito “proficui” c’è stato quello con la presidente della commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia, ma le vice Montaruli e Bosso “non è stato possibile incontrarle”. Inviti respinti anche dal sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Stesso discorso per il cda Rai e il presidente del Copasir Lorenzo Guerini. Un atteggiamento di chiusura che lascia pochi spiragli di dialogo, come osservato da Jamie Wiseman (IPI): “Quando siamo venuti in Italia la prima volta”, ai tempi del governo Draghi, “siamo stati ospitati da diversi ministeri del governo e abbiamo incontrato vari gruppi politici”. I mancati incontri “limitano la nostra capacità di porre domande su questioni chiave. Sebbene sia spiacevole, restiamo aperti al dialogo e a incontri con tutti i partiti politici della maggioranza”.

La Rai e la governance che viola la legge Ue

Uno dei temi più impellenti è la mancata applicazione dell’European Media Freedom Act che chiede una governance trasparente per le reti pubbliche e rende, automaticamente, illegale la dirigenza Rai. L’Italia avrebbe dovuto adeguarsi già ad agosto scorso, ma la riforma è bloccata in Parlamento. A dicembre la commissione Ue ha inviato 25 lettere di richiamo ad altrettanti Paesi, tra cui l’Italia, per chiedere di velocizzare il recepimento del regolamento. “Due anni fa”, ha detto Schroeder (EFJ), “abbiamo chiesto al governo di stabilire un quadro che garantisse indipendenza editoriale e funzionale della Rai, ma non ci siamo ancora”. A richiedere l’adeguamento è l’art.5 dell’Emfa. “C’è un blocco politico da parte della maggioranza quando si tratta dell’elezione del presidente del consiglio di amministrazione. La bozza di riforma del governo non sta andando da nessuna parte”. Inoltre, si apre all’uso della “maggioranza semplice”: “Ma è la maggioranza qualificata garanzia che non è il governo che decide”. Schroeder ha anche posto l’attenzione sullo stallo che vive la commissione di Vigilanza Rai, bloccata da oltre un anno: “Il fatto che non riesca a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutti gli sforzi compiuti, dimostra che vi una mancanza di rispetto per un’istituzione così importante”. Infine, ha chiuso, “un altro grave problema è rappresentato dai tentativi di tagliare i finanziamenti”, come previsto dalla legge Renzi che li ha vincolati alla legge di Bilancio. “La credibilità della Rai è in ribasso, una Telemeloni, come tanti la definiscono, non aiuta a ridare questa credibilità. Per questo continuiamo il dibattito e speriamo che anche la società civile reagisca”.

Le querele temerarie

Altro fonte caldo è quello delle querele temerarie. L’Italia deve recepire la direttiva Ue entro il 7 maggio, ma al momento si attende ancora il disegno di legge delega. Se la legge europea regola solo i casi transfrontalieri, la richiesta è che si vada oltre e si allarghi la tutela anche ai casi nazionali. Il governo finora non solo si è limitato a non farlo, ma la stessa Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno ha negato la necessità di un intervento in tal senso. “L’Italia”, ha detto l’avvocato Marco Meo (FPU), “purtroppo vanta un triste primato in Europa per il numero di Slapp. Delle 488 violazioni segnalate prima, oltre un quinto sono minacce legali e circa la metà vengono da membri del governo o autorità pubbliche”. Secondo Meo, “la legge delega è purtroppo ancora molto molto vaga perché si limita a dare mandato al governo di trasferire nella nostra legislazione la direttiva e a chiarire il significato di transfrontaliero. Ma gran parte delle querele sono domestiche. Quindi fare un copia incolla della direttiva del nostro ordinamento sarebbe sicuramente un’occasione persa”. Ad esempio, in Irlanda il governo sta lavorando a una legislazione completa e che possa allargare il campo della legge Ue. “Noi chiediamo che ci siano definizioni chiare e procedure per l’archiviazione immediata dei processi”. Una delle ultime strade emerse, come rivelato dal Fatto quotidiano, è quella dello scudo penale introdotto nell’ultimo decreto Sicurezza dal governo che, a loro insaputa, potrebbe coprire anche le querele temerarie dei giornalisti. “Siamo consapevoli e stiamo esplorando questo tema”, ha detto Spadari dell’Ordine. “La situazione è in evoluzione, ma ci stiamo muovendo”.

“Sulle vendite Gedi intervenga l’Agcom”

Un altro punto toccato riguarda la vendita dei quotidiani Gedi, in particolare quella già conclusa de la Stampa a un acquirente italiano e la possibile cessione di Repubblica. “Si tratta”, ha detto Wiseman (IPI), “di un cambiamento significativo nel panorama editoriale italiano che viene osservato con attenzione in tutta Europa”. Per questo “dovremmo chiedere completa trasparenza nei confronti del personale e dei giornalisti”. Inoltre, ha continuato Wiseman, “va detto che è stato sollevato più volte il tema di istituire una qualche forma di fondazione all’interno del giornale per creare una separazione tra la parte editoriale e quella di gestione aziendale. E’ un modello di governance molto comune, di cui abbiamo esempi in tutta Europa e dovrebbe essere considerato molto attentamente”. Proprio l’European Media Freedom Act, ha ricordato, all’articolo 22, prevede che le legislazioni nazionali dovrebbero avere regole che consentano test sul pluralismo dei media o valutazioni su operazioni simili e del loro potenziale impatto. “Credo che l’Agcom dovrebbe utilizzare queste nuove norme per chiedere al Media Board, un organismo europeo di nuova istituzione composto dai regolatori nazionali dei media, di effettuare una valutazione dell’accordo. Agcom ha la responsabilità di agire e dovrebbe farlo il prima possibile, senza aspettare che l’accordo venga completato. Perché l’indipendenza editoriale di queste testate è cruciale per il pluralismo dei media in Italia”.

La sorveglianza

Infine, uno dei temi su cui il consorzio ha voluto chiedere chiarimenti è il caso della sorveglianza dei giornalisti tramite lo spyware Paragon e su cui indagano le procure di Roma e Napoli. “Ci siamo concentrati sui casi specifici”, ha dichiarato Dimitri Bettoni (OBCT), “in particolare i giornalisti Ciro Pellegrino e Francesco Cancellato di Fanpage e Roberto D’Agostino di Dagospia. Un fatto estremamente grave, è interesse dei cittadini fare luce su quanto accaduto”. Proprio alcuni passaggi dell’articolo 4 dell’EMFA, possono essere utilizzati in queste circostanze. Innanzitutto “si dice che gli Stati membri si impegnano a non violare il segreto professionale dei giornalisti e le loro fonti”. Ma non solo: “Al punto 7 si prevede che i giornalisti abbiano diritto di accesso ai loro dati personali trattati nel corso di operazioni di sorveglianza, incluse quelle condotte attraverso spyware”. E “al punto 8 si parla di un impegno degli Stati membri a garantire un impegno proattivo di tutela di quei giornalisti che si ritrovano vittime di operazioni di spionaggio”. Si tratta però, di un regolamento europeo che attende ancora di essere trasposto. “La nostra attenzione si concentra proprio sulla possibilità che, all’interno delle legislazioni nazionali, si garantisca questo principio di trasparenza”. E anche su questo, Bettoni ha auspicato che il canale aperto con il ministero della Giustizia resti tale. Infine, ha espresso soddisfazione per le pene maggiorate per chi attacca i giornalisti contenute nei decreti di sicurezza: “È un’esigenza, una necessità che abbiamo a lungo espresso e che finalmente trova una prima realizzazione pratica”. Ma si può essere ancora più ambiziosi e tutelare tutti gli operatori dell’informazione, non solo i professionisti: “Altrimenti c’è un rischio che questa normativa rappresenti anche un momento discriminatorio”, ha concluso.

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