Iran, le “due guerre” di Usa e Israele: Bibi punta ad abbattere il regime per vincere le elezioni, Trump teme gli effetti sulle mid-term
Dal 28 febbraio gli eserciti di Stati Uniti e Israele bombardano in maniera coordinata l’Iran. Le operazioni – “Roaring Lion” per Tel Aviv e “Epic Fury” per Washington – sono state giustificate da Donald Trump e Benjamin Netanyahu con la necessità di eliminare una minaccia nucleare e ridurre l’influenza regionale di Teheran. Ma i due combattono due guerre diverse perché dietro l’alleanza si muovono due strategie politiche dettate dalle priorità interne dei leader: se il premier israeliano ha tutto l’interesse a una campagna militare lunga, al tycoon conviene che il conflitto finisca quanto prima.
Per Israele l’Iran è il grande Moloch che dal 1979 minaccia la sua sopravvivenza. Tel Aviv vede la mano di Teheran dietro alle stragi del 7 ottobre ed è accerchiata dai suoi ultimi proxy rimasti nella regione dopo la dispersione di Hamas a Gaza e la caduta di Assad in Siria: Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen. Poter dire di aver annientato il mostro è il sogno di Netanyahu e diversi analisti israeliani sostengono che l’obiettivo della campagna sia abbattere il regime iraniano, anche se ciò richiedesse mesi o anni di pressione militare.
Agli israeliani la prospettiva piace molto. Un sondaggio pubblicato il 4 marzo dall’Israel Democracy Institute mostra che l’82% dei cittadini dello Stato ebraico sostiene la guerra, percentuale che sale al 93% tra gli ebrei israeliani. Nella stessa indagine il 63% degli intervistati afferma che l’offensiva dovrebbe continuare fino alla caduta di Teheran. La stessa percentuale sostiene la medesima necessità secondo un’altra rilevazione diffusa il 5 marzo dall’autorevole Institute for National Security Studies, per i quale a sostenere l’operazione è l’81% della popolazione. Due indicazioni chiare in vista delle elezioni legislative previste per il 27 ottobre.
In tempi di guerra la prospettiva delle urne tende spesso a produrre l’effetto “rally around the flag”, con l’elettorato che si compatta attorno al leader in carica. In base a un sondaggio pubblicato il 5 marzo da Tatika Research and Media, a 6 giorni dall’inizio degli attacchi il Likud di Netanyahu era salito a 31 seggi da 27 di una settimana prima e i 4 guadagnati li aveva sottratti ai partiti ultra-conservatori: Otzma Yehudit era sceso di 2 seggi, mentre Shas e United Torah Judaism ne avevano perso uno ciascuno. Segno che la guerra all’Iran ha rafforzato la immagine del premier come leader e una campagna percepita come efficace rafforzerebbe la sua posizione in vista del voto.
Diversa, se non diametralmente opposta, la situazione del presidente degli Stati Uniti, entrati nel conflitto senza una strategia a breve termine chiara oltre a quella – molto a lungo periodo – di sottrarre petrolio a buon prezzo e un alleato regionale alla Cina. Negli ultimi giorni Trump ha insistito sul fatto che la campagna sta procedendo rapidamente. “In un certo senso abbiamo già vinto, ma non abbastanza”, ha detto ieri notte, per questo “non molleremo finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto” ma la guerra potrebbe finire “molto presto”. Perché il conflitto per gli Usa non può durare a lungo, e il tycoon lo sa bene.
Un sondaggio condotto dalla Quinnipiac University tra il 6 e l’8 marzo mostra che il 53% degli americani è contrario alla guerra all’Iran e che il 74% si oppone all’invio di truppe di terra, sul quale il presidente si è detto possibilista. Un’altra indagine di National Public Radio, PBS News e Marist Poll pubblicata il 6 marzo indica che a opporsi all’azione militare è il 56% degli elettori. Per Trump, che a novembre affronterà le elezioni di medio termine, un conflitto lungo potrebbe quindi trasformarsi in un grosso problema. Per ragioni politiche – la base MAGA lo ha scelto anche perché aveva promesso di concentrarsi sull’America -, ma soprattutto economiche.
Il petrolio ha reagito ai raid con forti rialzi sui mercati che si sono trasferiti velocemente sulla pompa. Secondo GasBuddy, l’indicatore dei prezzi al consumo, lunedì il costo medio della benzina negli Usa era di 3,46 dollari al gallone, in aumento di 40 centesimi (+11%) rispetto alla scorsa settimana. E le previsioni lo vedono oltre i 4 dollari se il conflitto dovesse prolungarsi, un incubo per le famiglie già alle prese con l’inflazione. Un’ulteriore aumento dei prezzi dell’energia potrebbe, inoltre, spingere la Federal Reserve a rivedere la politica monetaria, riducendo la possibilità di tagliare i tassi di interesse entro le elezioni, proprio nel momento in cui l’economia rischia di rallentare.
A Trump, dunque, servirebbe poter dichiarare in fretta una vittoria (qualunque significato si voglia attribuire al termine) per evitare che il malcontento cresca. A lui piacerebbe il “modello Venezuela”: decapitare il regime e affidarlo a “qualcuno al suo interno: è una formula che funziona bene”, ha detto ieri notte. Ma Teheran non è Caracas: quella iraniana è una civiltà millenaria con una forte identità nazionale e una lunga tradizione imperiale, non uno Stato fragile plasmato dal colonialismo e abituato alle influenze esterne come il gigante dai piedi di argilla sudamericano. Il che rende molto più difficile ottenere un regime change o un suo rapido crollo. Così mentre i raid proseguono e gli ayatollah non danno segni di resa, resta aperta la domanda: senza gli Usa Israele non potrà proseguire a lungo, ma fino a quando potranno restare allineati i loro obiettivi?