Il mondo FQ

Dietro le proteste degli agricoltori c’è un disagio reale. Ma è tutta la filiera che va ripensata

A loro arriva solo il 20–25% del prezzo finale degli alimenti, mentre una quota crescente del valore si concentra in trasformazione e distribuzione. Questo si riflette anche sulle condizioni di lavoro nei campi
Dietro le proteste degli agricoltori c’è un disagio reale. Ma è tutta la filiera che va ripensata
Icona dei commenti Commenti

di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli

Le proteste degli agricoltori che si sono svolte in questi giorni in diverse città europee hanno riportato al centro del dibattito pubblico la crisi del settore agricolo. Trattori nelle piazze e manifestazioni raccontano un disagio reale. Ma dietro queste mobilitazioni non c’è solo la protesta per i prezzi o per i sussidi. C’è una trasformazione più profonda del sistema agricolo.

Negli ultimi decenni il numero di aziende agricole in Italia è diminuito drasticamente. Secondo l’Istat nel 2020 erano circa 1,13 milioni, quasi 500 mila in meno rispetto al 2010. Allo stesso tempo la terra si è progressivamente concentrata: sempre meno aziende controllano una parte sempre più ampia della superficie agricola. Questa trasformazione ha effetti che vanno oltre l’economia agricola. Quando un’azienda chiude non scompare solo un’attività produttiva: si indeboliscono comunità locali, servizi e presidi sociali. In molte aree interne e del Mezzogiorno la crisi dell’agricoltura coincide con lo spopolamento dei territori.

Un altro nodo riguarda la distribuzione del valore lungo la filiera alimentare. Agli agricoltori arriva mediamente solo il 20–25% del prezzo finale degli alimenti, mentre una quota crescente del valore si concentra nella trasformazione industriale e soprattutto nella grande distribuzione organizzata, sempre più concentrata in pochi grandi gruppi.

Il risultato è un paradosso evidente: agricoltori con margini sempre più ridotti e consumatori che pagano prezzi sempre più alti.

Anche i sussidi agricoli spesso non si traducono in un aumento diretto del reddito agricolo. Una parte significativa viene assorbita lungo la filiera – nei costi degli input, nei servizi, nella trasformazione o nella distribuzione – senza arrivare realmente a chi produce.

Questa pressione economica si riflette anche sulle condizioni di lavoro nei campi. In molte aree agricole migliaia di braccianti, spesso migranti, lavorano in condizioni di precarietà. Combattere lo sfruttamento è indispensabile. Ma ridurre il problema a uno scontro tra agricoltori e lavoratori significherebbe ignorare il nodo centrale: entrambi sono spesso schiacciati da una filiera che concentra il valore nelle fasi finali della distribuzione. Si sostiene spesso che pagare un prezzo più giusto agli agricoltori significherebbe far pagare di più i consumatori. Ma non è una legge economica: dipende da come il valore del cibo viene distribuito lungo la filiera. Una parte di questo riequilibrio potrebbe essere assorbita nei margini della distribuzione senza ricadere interamente sui consumatori.

A queste tensioni si aggiunge la dimensione globale. Il dibattito sull’accordo tra Unione europea e Mercosur solleva la questione della reciprocità commerciale: chiedere agli agricoltori europei standard ambientali e sociali sempre più elevati, esponendoli però alla concorrenza di produzioni che non rispettano le stesse regole.

Qui emerge anche una contraddizione politica evidente. Negli ultimi anni il governo ha celebrato il valore del Made in Italy agroalimentare e sostenuto la candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Ma difendere il valore del cibo italiano significa anche difendere il sistema agricolo che lo produce.

Le proteste di questi giorni mostrano che la questione agricola non può più essere affrontata solo con misure emergenziali. Servono interventi che riequilibrino il funzionamento della filiera agroalimentare. In Francia, ad esempio, le leggi Egalim hanno introdotto strumenti che rafforzano il potere contrattuale degli agricoltori e prevedono che i costi di produzione diventino un riferimento nei contratti lungo la filiera. Accanto a questo servono maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi, regole più efficaci contro le pratiche commerciali sleali della grande distribuzione e clausole di reciprocità negli accordi commerciali internazionali.

La crisi agricola non è una questione settoriale. Riguarda l’equilibrio dei territori, la qualità del cibo e il futuro delle comunità. Perché senza agricoltura non c’è territorio. E soprattutto non c’è comunità.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione