Dopo 40 anni la comunità Rom di Lamezia esce dal ghetto: così mi immagino il futuro di Scordovillo
di Fiore Isabella
La mia città, Lamezia Terme, per più di 40 anni ha tenuto nelle sue viscere una bidonville recintata da muri di cemento armato; una bidonville abitata (si fa per dire!) da nostri concittadini lametini di etnia Rom avvolti nelle baracche “scarrupate”, protette da lamiere contorte, timidamente posizionate per riparare le famiglie dagli acquazzoni e dal vento; strutture insicure e per niente inclini a sollevare i bambini dai ricoveri nella pediatria del limitrofo presidio ospedaliero per la messa a punto dei bronchi colpiti da frequenti crisi respiratorie.
Quarant’anni di diatribe in cui hanno prevalso, sul sentimento umanitario, spesso all’acqua di rose, di noi concittadini “italici”, le logiche dei confini separatori legittimati dall’indifferenza collettiva e anche da qualche decreto della procura finalizzato allo sgombero di esseri umani come materiali di risulta. Le liti periodiche hanno visto tenzoni cruente materializzarsi sulla ricerca di siti alternativi dove spostare quella comunità da ghettizzare ulteriormente. Oggi pare che la parola fine stia per apparire sui titoli di coda di un film durato 44 lunghi anni con un innumerevole cast di attori divisi: in piccola parte, a recitare la parabola della sofferenza; in massima parte, costituita dalla cosiddetta società civile, a declamare come un mantra la parabola dell’indifferenza.
Oggi non si parla più di trasferimento da un sito ad un altro di segregazione di esseri umani ma di inclusione diffusa, attraverso cui una famiglia Rom si convince di abbandonare quel luogo, chiamato Scordovillo, non solo perché simbolo del degrado e dell’abbandono ma anche, e soprattutto, perché vittima sacrificale, anche come luogo, della disumanità diffusa. C’è un progetto che sta camminando e le gambe gliele stanno fornendo 8 milioni di euro da spendere, l’impegno di un’équipe di operatori competenti e, finalmente, la volontà delle 96 famiglie di abitare in case vicine ad altre case, in appartamenti che si aprono su pianerottoli e in rioni senza recinti.
E quei luoghi che la storia di quarant’anni e passa consegnerà alla memoria dobbiamo tenerli vivi come antidoto alla marginalità futura, non solo a Lamezia Terme, ma in tutti i posti dove la tracotanza dei potenti considera le patrie degli altri cortili di casa propria. Gaza, patria negata, ne è un esempio spaventoso; una meravigliosa striscia di terra abitata legittimamente dal suo popolo trasformata in un resort per ricchi sfondati. Negli anni scorsi ho spesso sognato la baraccopoli di Scordovillo bonificata non solo da pericolosi rifiuti interrati o dai fumi di carcasse bruciate, ma anche dai visibili muri di cinta che hanno criptato un’umanità seppellita viva.
Quel luogo restituito alla purezza ambientale non dovrà essere disponibile per nuovi insediamenti commerciali, che in questa città proliferano anche accoppiati e a cento metri l’uno dall’altro, in barba alla saggezza distributiva dei vecchi piani merceologici. Così come avrei desiderato che la vecchia cantina sociale dell’Esac, dopo aver smesso di produrre vino, si trasformasse in museo della memoria contadina e non in un mastodontico punto vendita al dettaglio della grande distribuzione organizzata. Anche al posto della baraccopoli di Lamezia Terme un parco della memoria non sarebbe un’idea da trascurare, dove conservare la memoria delle tradizioni della comunità Rom, magari edificando, tra i viali alberati ed un centro sociale, una fucina per la lavorazione del ferro e un laboratorio di ricamo che molte donne hanno imparato a praticare seguendo Centri di istruzione per adulti.
In questo modo il sogno del Prefetto di Catanzaro di lasciare Scordovillo pulita prima di andare in quiescenza si avvererà completamente non solo senza più scorie da rimuovere e case civili da assegnare, ma accompagnando le famiglie Rom verso un’integrazione socio-lavorativa che le renda protagoniste del loro e del nostro destino, e non più un peso da sopportare.