Col referendum si dona ai cittadini la possibilità di sventrare la Costituzione: cui prodest?
di Davide Trotta
A poco meno di tre settimane dal giorno fatale, Sì e No del referendum sulla giustizia si contendono senza esclusione di colpi la scena politica, biecamente ridotta a un teatrino di contrapposizioni: lo scenario che si presenta è più simile all’accanita rivalità di un derby che al confronto anche virulento, purché costruttivo, presupposto dall’agone politico. D’atra parte abbassare tutto a uno scontro tra tifoserie è antico esercizio della nostra politica. Ma nello scontro sulla giustizia la riflessione si allarga inevitabilmente al rapporto tra politica e cittadini, se è vero che la politica, nella veste dell’attuale governo, pare aver donato proprio a noi il privilegio di sventrare la Costituzione in una sezione, probabilmente la più complessa per l’alto e oscuro contenuto giuridico.
Riformare la giustizia richiede competenza, acribia, acume: demandare questo incarico delicato a noi cittadini sembra un atto di eccessiva fiducia nella nostra capacità di discernimento, a voler essere ottimisti. A voler essere in malafede, potrebbe essere un subdolo atto con cui si dà in pasto una materia così delicata a persone perlopiù prive del bagaglio necessario a giudicare. Sgombriamo il campo da ipocrisie: se l’attuale governo non fosse piombato sui nostri schermi con la questione referendaria, quale disgraziato cittadino avrebbe mai annoverato tra le sue priorità la separazione delle carriere, il sorteggio delle correnti del Csm e tanti altri tecnicismi che un Paese esangue economicamente non sentiva il bisogno di ascrivere tra le sue esigenze primarie?
Del resto la centralità assunta da questa riforma inevitabilmente distoglie l’attenzione dalle reali criticità del Paese. A meno di non voler ritenere che per esempio una maggiore sicurezza per le strade passi come per magia “cliccando” sul bottone del Sì e non si tratti invece di processi storici decisamente più laboriosi e complicati. Ad ogni modo il cittadino da qualche mese a questa parte si è riscoperto centrale nel cuore e nei pensieri della politica, tanto da ritrovarsi tra le mani una patata bollente come lo scardinare una Costituzione faticosamente calibrata con pesi e contrappesi da padri costituenti che forse avevano qualche competenza in più di noi.
Ma questa è la politica odierna: quella che con un comodo clic da casa fa sentire politico per un giorno anche te, donandoti un ruolo insperato in una vita destinata prima e dopo quel giorno all’anonimato: ma non il 22 e 23 marzo, quel giorno sarai proprio tu con la tua terza media o col tuo diploma in agraria o con la tua laurea in lettere a poter riscrivere non il menu di un ristorante, ma nientemeno che la Costituzione. Il mio discorso, come appare evidente, affronta la questione non sotto il profilo giuridico, giacché non ne ho le competenze, al pari di una pletora di italiani chiamati a esprimersi. Non meno rischioso appare affidarsi alle ragioni, benché probanti, del Sì e del No: esse appaiono un ottimo esempio di quella che nelle scuole di retorica veniva chiamata disputatio in utramque partem, volta a dare sullo stesso tema i punti di vista opposti, a dimostrazione di come col sapiente uso della parola si potesse sostenere allo stesso tempo che per esempio Cesare fosse un tiranno oppure una povera vittima.
Ecco: allo stesso modo, per chi sia sprovvisto di una solida base tecnica specifica, le ragioni del Sì possono apparire tanto cogenti quanto quelle del No. Inoltre non possiamo fare altro che affidarci a pur autorevoli esponenti tanto del Sì quanto del No, vista la difficoltà di attingere direttamente al fonte della giurisprudenza. Quindi, al netto dei tecnicismi, è il sospetto quello che dovrebbe spingerci a un’ulteriore riflessione, ponendoci la più antica delle domande: cui prodest? A chi giova questa riforma?
Ora, considerato anche che in proporzione è molto più facile vedere politici frequentare aule dei tribunali che non privati cittadini, e considerato inoltre che la classe dirigente non è mai stata titolare di opere pie verso di noi, può sorgere il sospetto che gli stessi che sottopongono alla nostra attenzione la riforma della giustizia siano gli stessi che potrebbero beneficiarne.
Da ultimo, in questo caso forse l’antico criterio invalso nella filologia potrebbe venire in nostro soccorso: anche quando una parte di testo crea qualche difficoltà di interpretazione, ma comunque ha senso, si tende a difendere il testo tramandato, anziché esibirsi in congetture testuali che al massimo possono costituire un buon esercizio di fantasia, col rischio però di sfigurare vieppiù il testo originale. Ecco: nel dubbio, la difesa del testo tramandato dai nostri padri costituenti potrebbe essere più affidabile rispetto a novità sperimentali, e quindi prive di garanzie. Comunque vada, con tutta la sbornia giuridica di queste settimane, almeno una laurea ad honorem in giurisprudenza ce la devono.