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Cuore bruciato, ipotesi danneggiamento da farmaco durante il prelievo a Bolzano. Attesa per l’esame dei tessuti dopo l’autopsia

Al centro delle verifiche ci sarebbe l’operato di un’anestesista dell’ospedale di Bolzano che potrebbe aver somministrato un dosaggio non corretto di un farmaco nelle fasi precedenti al prelievo. Ma al momento non ci saranno nuove iscrizioni nel registro degli indagati
Cuore bruciato, ipotesi danneggiamento da farmaco durante il prelievo a Bolzano. Attesa per l’esame dei tessuti dopo l’autopsia
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C’è un nuovo tassello che si aggiunge al mosaico di elementi che serviranno alla procura di Napoli per ricostruire minuto dopo minuto il caso del cuore “bruciato” dal ghiaccio e impiantato nel petto di un bimbo cardiopatico perché il suo era stato già espiantato. In questo quadro, già delicatissimo e complesso, si inserisce l’ipotesi di un errore nella somministrazione di un farmaco durante l’operazione avvenuta nella sala operatoria di Bolzano e sul cui tavolo operatorio c’era un bimbo di 4 anni finito in coma per annegamento. L’ipotesi emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti, redatta dopo i sopralluoghi all’ospedale in Alto Adige. Al centro delle verifiche ci sarebbe l’operato di un’anestesista dell’ospedale di Bolzano che potrebbe aver somministrato un dosaggio non corretto di un farmaco nelle fasi precedenti al prelievo. Ma al momento non ci saranno nuove iscrizioni nel registro degli indagati.

L’ipotesi

L’organo, dunque, potrebbe essere stato compromesso già prima della fase di trasferimento verso Napoli, quando il cuore arrivò “inglobato in un blocco di ghiaccio”. Dai primi dati emersi dall’autopsia eseguita sul corpo del bimbo era stato esclusa una lesione traumatica dell’organo, ma ai periti – nominati dal giudice per le indagini preliminari – sono stati concessi 120 giorni e comunque un secondo appuntamento per l’analisi di dati ed esami è stato già fissato il 28 aprile. In particolare sarà determinante l’esame dei tessuti.

Il giudice per le indagini preliminari, Mariano Sorrentino, ha sottoposto una amplissima serie di quesiti ai tre medici incaricati della perizia e quindi anche questa ultima ipotesi è contemplata. Il termine fissato per tornare in aula è il 10 settembre e i consulenti di parte avranno la possibilità di depositare memorie o documenti. Solo all’esito delle conclusioni dei periti gli inquirenti – anche Bolzano ha aperto un fascicolo in seguito a un esposto – potranno eventualmente procedere con nuove iscrizioni.

L’organo era stato trasferito all’interno di un box paragonabile a un frigo da spiaggia e conservato con ghiaccio secco, modalità che lo avrebbe reso inutilizzabile. La ricostruzione definitiva dei fatti è affidata alla procura di Napoli, con il pm Giuseppe Tittaferrante e l’aggiunto Antonio Ricci. Nel registro degli indagati sono state iscritte sette persone: le due equipe di Napoli che si sono occupate del prelievo e dell’impianto e la direttrice della Cardiochirurgia per la mancata formazione relativa all’utilizzo dei contenitori per il trasporto di organi che il Monaldi aveva a disposizione.

Senza perfusionista

Sul nuovo elemento del farmaco l’avvocato della famiglia del bimbo, Francesco Petruzzi, ha dichiarato: “Questo verrà accertato dall’autopsia, con l’esame sui tessuti comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi”. Dalla ricostruzione delle testimonianze è emerso che l’espianto del cuore malato del bimbo è avvenuto alcuni minuti – tra i 4 e i 14 minuti prima dell’apertura del contenitore con il cuore arrivato da Bolzano e completamente congelato. Il personale di sala aveva cercato in quei momenti drammatici di scongelarlo, ma era un cuore che non era in grado più di battere. Tra l’altro è emerso che il team del Monaldi partì per Bolzano senza un perfusionista, figura considerata fondamentale per la corretta conservazione degli organi.

“Dalle prime indagini – aggiunge Petruzzi – è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (Gabriella, cardiochirurga prima operatrice indagata) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo”. Durante le operazioni, inoltre, l’infusione non sarebbe stata completata perché un chirurgo di Innsbruck – come anticipato dal FattoQuotidiano – avrebbe richiamato l’attenzione dei presenti per un rigonfiamento anomalo del fegato e del cuore del donatore. Sarebbe stato poi lo stesso medico a intervenire per cercare di risolvere la situazione. Per la morte del piccolo Domenico risultano al momento indagate sette persone. Le conclusioni dell’autopsia e gli accertamenti in corso dovranno chiarire se il danneggiamento dell’organo sia avvenuto prima dell’espianto, durante le procedure di conservazione o nel corso delle operazioni successive. Oppure se in ogni fase ci sia stato un errore che ha portato Domenico Caliendo a morire il 21 febbraio dopo due mesi di coma.

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