Donne per il No: perché una giustizia indipendente è essenziale per la tutela dei diritti
Fra pochi giorni saremo chiamati e chiamate a esprimerci, con un referendum, sulla riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Nordio. Nei fatti il voto riguarda le modifiche dell’ordinamento giudiziario e le ripercussioni che ne deriverebbero sull’indipendenza dei giudici.
Il referendum si è reso necessario perché la riforma è stata approvata in Parlamento senza la maggioranza qualificata e, in questi casi, la Costituzione prevede, come garanzia democratica, che si consultino i cittadini e le cittadine. E ancor di più in questo caso dove, cosa mai successa prima, una riforma, che prevede la modifica di ben sette articoli della Costituzione, è stata varata dal governo senza che il Parlamento potesse esprimersi accorpando gli emendamenti, votandoli insieme e respingendoli sistematicamente tutti, sia quelli dell’opposizione che di maggioranza.
Non si è mai vista una riforma costituzionale, il cui testo approvato, non sia cambiato di una virgola rispetto al testo presentato dal ministro: questo, a mio avviso è un primo grande deficit democratico che ci fa capire quanto questa riforma – insieme alle altre che sicuramente seguiranno – mini il nostro stato di diritto. Perché il vero obiettivo di questa modifica costituzionale non è la tanto decantata separazione delle carriere (riforma che poteva essere fatta anche con legge ordinaria), il vero obiettivo è stravolgere l’equilibrio dei poteri dello Stato e indebolire quello della magistratura condizionando le libere scelte che ogni giudice e ogni pubblico ministero compie nell’esercizio delle sue funzioni.
L’indipendenza di chi giudica e di chi si batte per l’accertamento della verità è una garanzia per tutti i cittadini, un suo indebolimento mette a rischio la tutela di tutti e tutte noi, ma specialmente di quelle persone che hanno meno potere economico, sociale, dei più discriminati. E fra queste persone sicuramente ci sono le donne che da sempre hanno trovato nella Costituzione un forte baluardo in difesa dei loro diritti.
Partendo da questo assunto la Casa delle Donne di Torino, Se non ora quando? Torino e le Donne in difesa della società civile hanno voluto organizzare un incontro che leggesse questa riforma anche da un punto di vista di genere, chiedendo a Mia Caielli, docente di Unito, di introdurre l’argomento che è stato poi trattato da Gabriella Viglione, Procuratrice presso la Procura di Ivrea e Francesca Paruzzo, avvocata e costituzionalista.
Perché indebolire la Costituzione e comprimere l’indipendenza della magistratura influisce maggiormente sulla tutela dei diritti delle donne? Una prima spiegazione ce la fornisce Francesca Paruzzo: “Alcune delle più importanti conquiste riguardanti il riconoscimento e la garanzia del principio di uguaglianza, anche di genere, sono passate attraverso le decisioni dei giudici. Sono stati i giudici, infatti, ad esempio, a impugnare davanti alla Corte costituzionale la norma che escludeva le donne dall’accesso alla magistratura; ancora, sono stati i giudici, a rimettere sempre alla Corte costituzionale la questione relativa alla punibilità del solo adulterio femminile, dichiarato incostituzionale nel 1968. È proprio grazie all’indipendenza della magistratura, così come configurata nel nostro ordinamento costituzionale quale presupposto della sua funzione di garanzia, che discriminazioni così profonde hanno potuto essere portate all’attenzione della Corte costituzionale e, così, rimosse.”
A differenza della politica, la giustizia non può non scegliere, non esprimersi. Abbiamo tantissimi esempi di leggi sui diritti fondamentali che da anni aspettano che la politica prenda delle decisioni che diano attuazione concreta alla Carta. E alcune sono state varate proprio grazie all’intervento decisivo della magistratura.
Pensiamo solo ultimamente al tema del fine vita, a tutte le modifiche della L. 40 sulla fecondazione assistita o, di fronte ad una assordante silenzio legislativo, sulla possibilità di affidamento di un minore a una coppia dello stesso sesso, o l’adozione, in casi particolari, per il figlio del partner nato a seguito di tecniche di procreazione assistita effettuate all’estero. Tutto questo non sarebbe possibile se ci fosse una magistratura condizionata dalla politica e se lo Stato non prevedesse, come ci insegna Montesquieu, una netta separazione dei poteri che garantisca l’abuso di potere e la libertà politica.
I sostenitori del Sì parlano del primo comma del 104 che stabilisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ma poi stravolgono la prospettiva organizzativa. La dottoressa Gabriella Viglione, forte della sua esperienza di 34 anni nella magistratura, sempre come pubblico ministero, ha poi evidenziato che “nell’attuale quadro costituzionale il pubblico ministero non è una parte che agisce interessi propri, opera nell’interesse pubblico per l’accertamento della verità e della tutela dei valori costituzionali. Infatti nel processo penale ha l’obbligo di cercare ed esporre anche le prove a favore dell’indagato (diversamente dall’avvocato che ha l’esclusivo compito di tutelare la posizione del suo assistito- innocente o colpevole che sia) e nel processo civile ha l’obbligo di tutela delle persone più fragili. In tal senso una riforma che va a minare la libertà e l’indipendenza del giudice e ancor più del pubblico ministero mette in pericolo l’effettività dei diritti delle parti più deboli, economicamente o socialmente, quali i minori, gli incapaci, le donne vittime di violenza, fisica, ma anche familiare, sociale, economica”.
Questa riforma è preoccupante sotto molti punti di vista che sono emersi in questi mesi nei tanti incontri che il Comitato del No ha organizzato proprio per dare a tutti e tutte la possibilità di informarsi e di capire quale sia il suo vero obiettivo. Ed è preoccupante se si guarda a Paesi come la Polonia o l’Ungheria, Paesi sovranisti dove l’erosione dello Stato di diritto è iniziata proprio dall’assoggettare la magistratura al potere politico, dove migliaia di giudici sono stati perseguitati da quei regimi.
La trasformazione di questi Stati in autocrazie è avvenuta, come ci racconta bene Tonia Mastrobuoni nel suo libro L’Erosione (ed. Mondadori), senza colpi di Stato o spargimenti di sangue e senza utilizzare tutti quegli strumenti normalmente usati dalle dittature, ma è iniziata assumendo il controllo di quelle autorità indipendenti come i Tribunali, e l’imbavagliamento della stampa non funzionale al potere politico, e cambiando le regole sulla rappresentanza politica, schiacciando di fatto le opposizioni.
In Polonia, specialmente, la lotta all’indipendenza della magistratura è stata compiuta capillarmente: stravolgendo il Consiglio nazionale, imponendo giudici voluti dal Parlamento, è stata creata la “Camera disciplinare” anch’essa di fatto di nomina politica che ha il compito di fare piazza pulita dei giudici non allineati e per ultimo riformando la Corte Costituzionale e la Corte suprema inserendo magistrati fedeli al governo. Magistrati che si sono piegati al volere della politica proprio intestandosi battaglie contro i diritti Lgbtq+ o contro le donne (pensiamo alla sentenza della Corte Costituzionale che ha messo al bando l’aborto anche in caso di grave malformazione del feto).
Certo, la nostra Carta costituzionale ha al suo interno tanti presidi di garanzia, ma se si inizia a smantellare un potere, se si inizia, come sta succedendo nel nostro Paese, a screditare ogni giorno la magistratura accusandola di essere una “elite” o una “casta”, si inizia piano piano, una picconata per volta, a minare la nostra Costituzione e il nostro stato di diritto. Per questo, per dare subito una risposta di quanto sia importante per noi persone comuni, lontane dai poteri forti, che una magistratura rimanga libera e indipendente andiamo a votare con convinzione NO il 22 e 23 marzo.
