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8 marzo, le occasioni mancate del governo Meloni per le donne: congedo parentale, ddl Stupro, caregiver e prevenzione della violenza

Nella giornata in cui la politica ricorda l'importanza di lavorare per la parità, ecco l'elenco di alcuni degli ultimi interventi di esecutivo e Parlamento che sono andati in direzione opposta
8 marzo, le occasioni mancate del governo Meloni per le donne: congedo parentale, ddl Stupro, caregiver e prevenzione della violenza
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Congedo parentale paritario? Bocciato. Reato di femminicidio? Sì, per la prima volta. Ma senza soldi per la prevenzione. La legislazione contro le violenze sessuali? Via il concetto di consenso, solo perché la Lega ha puntato i piedi. Difficile parlare di diritti, mentre il mondo è sotto le bombe. Ma nel giorno in cui la politica dedicherà slogan per celebrare le donne e le loro conquiste, ripercorriamo alcune delle occasioni perse del governo Meloni (e del Parlamento) per rendere l’Italia più equa e abbattere le discriminazioni.

Via le consigliere di parità
Che sia una coincidenza temporale sfortunata o un atto consapevole, resta il fatto che alla vigilia dell’8 marzo è stato depositato in Parlamento un decreto legislativo che abolisce le consigliere regionali di parità. Di cosa si tratta? Sono un organismo presente sui territori, punto di riferimento per la segnalazione delle discriminazioni sul lavoro che subiscono le donne. Funzionano? Non sempre e molto avrebbe dovuto essere fatto per aumentarne poteri e competenze. La soluzione del governo Meloni, recependo due direttive Ue, è quello di abolirle per creare un’unica struttura ministeriale a Roma. “Ma ci saranno anche nuove sezioni che subentreranno alle consigliere e che saranno coordinate dall’organismo”, è corsa a spiegare la consigliera Filomena D’Antini. Il primo atto rimane la fine di un’esperienza che, seppur lacunosa, esisteva. “Una scelta sbagliata”, ha protestato il Pd.

Congedo paritario? Neanche discusso
Lo schiaffo più recente è del 24 febbraio scorso. L’Aula della Camera con 137 voti a favore e 117 contrari ha votato la soppressione della proposta di introduzione di congedo parentale paritario. La motivazione ufficiale? La Ragioneria ha detto che mancano le coperture per andare avanti. Vero, ma quando si è chiesto più tempo per riuscire a trovarle, dalla maggioranza hanno fatto muro. Meglio liquidare in fretta una delle iniziative che avrebbe allineato l’Italia agli altri Paesi europei. La pdl unitaria delle opposizioni prevedeva l’introduzione di cinque mesi di congedo retribuito dopo la maternità anche per i padri, quindi al 100% della retribuzione anche se non sposati o se partite Iva: una rivoluzione. Che non è mai stata neanche discussa. “A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?”, ha detto Elly Schlein. Meloni non solo non ha replicato, ma non ha detto una parola a tal proposito.

Ddl Stupro stravolto
A novembre scorso, per un attimo, le strade e le intenzioni di Schlein e Meloni si erano incrociate. L’occasione era perfetta: vigilia della giornata contro la violenza sulle donne, disegno di legge approvato all’unanimità per modificare il reato di violenza sessuale inserendo il concetto di consenso “libero e attuale”. Ovvero, arrivando a punire chiunque faccia commettere atti sessuali “senza il consenso”. Una definizione che segue quanto chiesto dall’Europa e dalla Convenzione di Istanbul e che si allinea ad altri Paesi come la Spagna e la Francia. Il Parlamento? Da sinistra a destra, sembravano tutti d’accordo. Addirittura, una telefonata tra la leader Pd e la presidente del Consiglio in persona aveva benedetto l’intesa. Poi, il 25 novembre, lo stop improvviso dopo un primo via libera di Montecitorio. A mettersi di traverso è stata Giulia Bongiorno, relatrice leghista a Palazzo Madama del testo e presidente della commissione Giustizia. Lei si è presa la responsabilità di bloccarlo e la nuova riformulazione svuota completamente il testo della proposta di legge: sparisce il concetto di consenso e si parla piuttosto di punire gli atti fatti commettere “quando è stato espresso dissenso”. Un ribaltamento della prospettiva che toglie ogni significato al provvedimento. Meloni cosa ne pensa? Non ha mai più detto una parola in proposito, salvo lasciare che l’intervento fosse stralciato.

Reato di femminicidio, ma senza fondi per la prevenzione
Sulla violenza contro le donne, la presidente del Consiglio ha fatto un passo nella direzione di quanto detto e richiesto dalle associazioni. E dalla stessa Convenzione di Istanbul. Il suo governo e la sua maggioranza hanno votato, a luglio 2025, per l’introduzione del reato di femminicidio. Nonostante tra le file della destra più volte fosse stato (e sia tuttora) messa in discussione la specificità del fenomeno, è stata proprio la premier Fdi ha richiedere un cambio di prospettiva istituzionale riconoscendo l’esistenza del reato. Ma se il passo verso l’ammissione di un fenomeno è stato fatto, manca il resto. Il provvedimento, infatti, prevedeva il potenziamento di campagne di prevenzione e formazione. Peccato che, non sia mai stato accompagnato dallo stanziamento di risorse ad hoc. Quindi ora il reato c’è, esiste e nessuno può contestarlo. Ma ci si ferma alla punizione, senza lavorare su quanto si deve fare prima.

Educazione sessuale a certe condizioni
Se i soldi per la prevenzione nessuno vuole metterli, ancora più difficile è il capitolo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. L’Italia è uno dei pochi Paesi che ancora non ce l’ha come materia obbligatoria e, anzi, che vuole limitarla. La mossa porta la firma del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: il suo ddl in proposito ha avuto il primo via libera dalla Camera e prevede il divieto nelle scuole primarie e la possibilità di fare corsi nella secondaria solo previo consenso dei genitori. Il paradosso? Prima di invitare esterni che parlino nelle classi era già previsto il coinvolgimento delle famiglie. Ora, con l’intervento del ministro in chiave restrittiva, scatta l’autocensura di presidi e docenti che, prima di proporre corsi di educazione sessuale, ci penseranno più di una volta. E a restare indietro saranno gli studenti e le studentesse, condannati a cercare risposte dove non è detto che tutti abbiano la stessa possibilità di trovarle (casa in primis).

Caregiver dimenticate
Altra occasione mancata per le donne in Italia è quella del ddl Caregiver. Approvato dal consiglio dei ministri, porta la firma della ministra per la disabilità Alessandra Locatelli. E ha fatto precipitare nello sconforto le associazioni che aspettavano da anni un intervento legislativo. Innanzitutto, non viene riconosciuta la figura del caregiver familiare come lavoratore (una petizione lanciata su IoScelgo ha quasi raggiunto le 10mila firme). Inoltre, l’intervento, se approvato da Camera e Senato, aiuterà una piccolissima platea: massimo 1200 euro trimestrali per chi assiste una persona con disabilità grave per almeno 91 ore settimanali (13 ore al giorno), ma solo se ha un limite reddituale di 3mila euro anni e un Isee familiare sotto i 15mila. Ovvero parliamo di 10 euro al giorno per qualcuno che a malapena riuscirà a lavorare e ancora meno a sopravvivere. In Italia ci sono tra i 7 e gli 8 milioni di caregiver familiari. L’80 per cento, dicono le statistiche, sono donne. Per questo, ancora una volta, è un’occasione mancata per sostenere chi lavora a fianco dei familiari e si fa carico di tutto senza poter avere un lavoro.

Aiuti, ma solo per le mamme e solo se hanno più di due figli
A creare problemi non sono solo le occasioni mancate, ma anche gli interventi fatti quando vengono stanziate delle risorse. Basta tornare all’ultima manovra finanziaria: Meloni e il suo governo hanno deciso di aiutare le mamme lavoratrici incrementando il bonus. Per ottenerlo bisogna avere almeno due figli di non più di 10 anni e un reddito da lavoro che non superi i 40mila euro annui. Se i figli sono tre, allora possono avere fino a 18 anni. E di quanto è cresciuto l’aiuto? Da 40 a 60 euro mensili, nonostante inizialmente si fosse promesso un raddoppio. Cifre irrisorie per chi ha figli che difficilmente possono stare a casa da soli mentre una mamma lavora. Le mamme che hanno tre figli under 18 beneficiano poi di un’altra misura: nell’ultima legge di bilancio è stato inserito anche l’esonero contributivo per le lavoratrici a tempo indeterminato per un massimo di 3mila euro l’anno. Questo va ad aggiungerci alle misure strutturali dell’assegno unico e bonus asili nido, che variano a seconda di Isee e numero di figli. Misure messe in piedi per aumentare la natalità e che finora si sono rivelate insufficienti. E che guardano solo alle donne con figli. Per le altre, bisogna aspettare ancora. Ma oggi, sicuramente, avrà tante belle parole da spendere per l’8 marzo.

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