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Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta”

Test per il cancelliere Merz nel Baden-Württemberg, terra delle grandi case automobilistiche da Mercedes a Porsche, dove oggi si va alle urne. Sfida tra Verdi e Cdu all'ultimo voto, ma la crisi dell'industria automobilistica fa avanzare l'estrema destra
Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta”
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Michael stringe con le mani sudate la bandiera rossa della giovanile dei socialisti e fissa la piazza da dietro il cordone della polizia. Al centro, nel cuore di Stoccarda, un centinaio di persone sventola i colori della Germania e del Baden-Württemberg. Sono gruppi legati all’estrema destra e tra loro si mescola di tutto: no vax, complottisti e – spesso – anche neonazisti. Li circondano una distesa di forze dell’ordine. Di fronte, i manifestanti venuti per contestarli intonano “siamo tutti antifascisti”. Michael aspetta che si apra un varco per infilarsi: “Siamo più di loro”, dice. A pochi metri, famiglie affollano i tavolini dei bar per godersi il sole primaverile, mentre al mercato i politici si affannano per distribuire gli ultimi volantini. Mancano 24 ore alle elezioni regionali, quelle dove il cancelliere Merz si gioca il primo test dell’anno con la Cdu e i Verdi a rubarsi i voti testa a testa. Dietro incombe, intorno al 20 per cento, la destra estrema di AfD che punta a raddoppiare il suo ultimo risultato anche qui, nella regione più ricca d’Europa, già patria dell’industria automobilistica di Porsche e Mercedes-Benz e dei colossi familiari come Bosch e Mahle. Una terra di eccellenze, costretta a gestire i licenziamenti e finita sotto scacco della Cina e delle crisi geopolitiche. Ma anche di un modello che non è stato riconvertito in tempo e ora si aggrappa disperatamente all’intelligenza artificiale o al riarmo.

Le piazze e gli appelli al voto. Anche agli elettori AfD

La piazza che rivendica “libertà” assicura di essere apartitica, ma difficile trovare qualcuno con dei dubbi: “Alle urne voterò AfD”, dice Gertrud che al collo ha un cartello con un messaggio per la pace nel mondo. “Lavoro come centralinista, sento cosa chiedono le persone e come stanno. I politici dicono che andrà tutto bene, ma non è vero”. Nella contro-manifestazione, si invoca la difesa della democrazia: “Bloccare i nazisti ovunque appaiono”, dicono i cartelli. Michael è lì per la Spd, il partito di governo che qui è dato addirittura sotto al 10%: “Ma non li voterò neppure io”, confessa. “Meglio dare il mio sostegno ancora più a sinistra alla Die Linke per sperare che superino lo sbarramento. I socialisti hanno le risposte, ma non sono stati capaci di comunicarle a chi ha paura”.

A pochi chilometri di distanza, i candidati si sfidano tra i banchi del mercato, sotto gli occhi della statua austera del poeta Schiller. La Cdu, data in vantaggio per mesi, ha visto assottigliarsi il risultato fino a essere ridotta a contendersi i voti con i compagni di coalizione dei Verdi. In un comizio di chiusura che trasudava preoccupazione a Ravensburg, il candidato Manuel Hagel ha implorato: “Convincete almeno tre persone a testa”. Merz, venuto da Berlino solo per l’occasione, ha preso gli applausi ribadendo che “mai e poi mai faremo accordi con l’AfD”. Seppur sperando che i loro sostenitori, alle urne, cambino idea. Klaus Wenk è consigliere comunale della Cdu e ha passato la mattina a volantinare: “So che una persona su cinque vota AfD, ma so anche che uno su cinque non è stupido. Spero alla fine si schiereranno per noi”. Tra i banchi del mercato a fermare le persone, di loro non si vede nessuno. “Non li ho mai incontrati qui”, dice Wenk. “Non hanno bisogno di questo tipo di campagne e preferiscono stare nell’ombra”. Sono come fantasmi: non si vedono, ma tutti ne parlano. A venti metri di distanza, nell’angolo sotto il sole, non si ferma un minuto la Verde Muhterem Aras. Origini curde, già presidente dell’assemblea legislativa regionale, è finita tra i politici da proteggere per aver espulso dall’Aula due esponenti di AfD. “Da poco la situazione si è calmata”, dice. “Ho ricevuto molte minacce e sono stata più volte scortata dalla polizia”. Ora è uno dei volti più attivi per la rimonta: i passanti si fermano, fanno domande. È un viavai di mani strette. Richard, emigrato dal Giappone da più di 20 anni, li osserva in disparte: “Non so chi vincerà, ma so che serve più coraggio dei politici”, dice. “La gente vuole dei cambiamenti”.

La terra delle automobili con lo spettro del riarmo

Il Baden-Württemberg è la terra delle auto. Qui sono nate le case automobilistiche più famose della Germania e, di conseguenza, le fabbriche di fornitori di componenti. “L’aria è sempre inquinata”, racconta una signora, “per le industrie e perché tutti amano guidare la propria macchina. La città è dentro una conca”. Il centro lindo, con le aiuole ordinate e la raccolta differenziata, non basta e l’unica cosa che la ricchezza non è riuscita a cambiare è la qualità dell’aria. Ma in questi anni di paure per il futuro, il clima è diventato l’ultimo dei problemi: qui entro il 2030 si potrebbero perdere fino a 66mila posti di lavoro nel settore automobilistico. Solo Porsche, entro il 2029 ne taglierà 1900. Il tasso di disoccupazione è del 4,8%: un dato che non dice molto al resto del mondo a fronte di una Regione che ha il Pil pro capite tra i più alti dell’Ue (superiore del 29% rispetto alla media), ma che qui è il peggiore dal 2007.

E per chi voti se hai paura del licenziamento? La sintesi la fa uno dei cartelli usati dall’AfD: “La tua auto voterebbe per noi”. Hanno la risposta più immediata: ritorno al motore a combustione, energia nucleare e obbligo per i cittadini di comprare auto tedesche. Tutto il contrario di quello che hanno fatto i Verdi, che qui sono noti per il loro “pragmatismo” e che hanno governato negli ultimi 15 anni con Winfried Kretschmann. La sfida ora passa al successore Cem Özdemir: ex ministro federale dell’agricoltura, origine turca, gode di una grande popolarità e piace anche fuori dal suo elettorato. A dargli un mano ci ha pensato poi, un video scandalo dell’avversario Hagel: parlando con un giornalista locale pronuncia frasi sessiste su una classe di ragazzine che ha appena incontrato in un evento. Risale a nove anni fa, quando di anni ne aveva 29, ma è diventato virale e per un po’ è passata in secondo piano la discussione economica, che però resta centrale e influenzerà il voto. E cosa propongono i leader? Özdemir punta sull’elettrico. Hagel vuole diversificare e pensa alla difesa, quindi fare in modo che sempre più aziende investano sul riarmo.

La dirigente sindacale dei metalmeccanici Ig Metall Barbara Resch chiede una svolta. “Serve un nuovo piano industriale”. L’errore, dice, è stato “adagiarsi sul fatto che siamo leader mondiali”. Il problema è che si investe sulla mobilità del futuro, ma non c’è la domanda. E quindi arrivano i tagli. “Però non credo allo scenario catastrofico di Stoccarda trasformata in una nuova Detroit. Sono convinta che sia possibile fare diversamente”. Ma secondo Resch non è il riarmo la via d’uscita: “Abbiamo 42.000 occupati nel settore della difesa in Baden-Württemberg, mentre nell’industria automobilistica sono circa 400mila. Quindi la difesa non può risolvere i problemi occupazionali”.

Lo dice anche Trumpf, l’azienda leader nel mondo per la tecnologia laser. Al momento davanti ai cinesi, ma la consapevolezza è che può non essere così per sempre. La sede è alle porte della città e ospita alcune delle macchine più potenti al mondo, la cui maggior parte sono top secret. Intanto, a fine 2025, hanno annunciato un progetto per inserire la tecnologia sui droni. “Non è una scelta opportunista, ma fatta perché abbiamo un obbligo di difesa del Paese”, spiega Hagen Zimer, ceo del laser. “Siamo forse l’unico produttore di sistemi laser ad alte prestazioni in Europa, che può garantire in modo credibile e continuativo la disponibilità di questa tecnologia per abbattere droni. Avevamo una responsabilità morale e sociale”. E la decisione, ci tiene a dirlo, non è stata presa a cuor leggero, ma è arrivata dopo lunga discussione del consiglio dopo la quale si “è deciso di entrare in questo business per fornire al Paese la tecnologia giusta per affrontare eventuali guerre future”. Ma, interviene Nicola Leibinger-Kammuller – amministratrice delegata, gestrice dell’azienda di famiglia e una delle donne miliardarie al mondo – “non è certo un business a breve termine. Ci aspettiamo ricavi non prima di tre o quattro anni. E per noi non è un salvagente, continuiamo a occuparci anche degli altri settori”. Che non sia l’inizio di un coinvolgimento ancora più massiccio nella difesa lo ribadiscono: “Tutti i posti di lavoro che si liberano nel settore automobilistico e nella filiera dei fornitori automobilistici non saranno in alcun modo compensati dal settore della difesa”, chiude Zimer. “Stiamo vivendo un effetto bolla. Sarebbe fatale se tutta questa quantità di persone si spostasse verso un’economia di guerra, e spero davvero per tutti noi che ciò non avvenga”.

L’intelligenza artificiale e la corsa contro il tempo

La realtà è che nessuna delle opzioni messe in campo finora è riuscita ad arginare le perdite. Soprattutto non in breve tempo. Alle porte della città universitaria di Tubingen, sorge la Cyber Valley. Campus all’americana, immerso nel verde e a due passi dal laboratorio di eccellenza del Max Planck Institute. Qui si lavora a tempo pieno sugli usi possibili dell’intelligenza artificiale, ma la competizione con l’esterno è spietata. “Alcune navi sono salpate, altre potrebbero partire ancora”, commenta Philip Henning del Tubingen Ai Center. Una corsa contro il tempo, nonostante la regione sia “la terza per innovazione al mondo”, dice il ceo Florian K. Mayer. Oltre 100 le startup coinvolte, ma non abbastanza per rimediare ai licenziamenti in corso nelle fabbriche. L’attenzione particolare va all’automotivo, ma anche alla difesa. “Siamo coinvolti nel campus di ricerca militare dell’università di Stoccarda che finanzia il ministero”. Una scelta recente che ha suscitato poche reazioni. Qui, raccontano, si respira un’aria internazionale e progressista, tanto che quando nel cluster dei finanziamenti è entrato Amazon c’è stata la rivolta. Ma ora che si parla di start up che possono servire per le armi? “Stranamente nessuno ha protestato”, dice Mayer. Tra i fiori all’occhiello c’è la startup di Anand Waghmare, capace di mettere in ordine e raccogliere le immagini che arrivano dai satelliti. Quindi, volendo, individuare truppe. “Alcuni militari hanno già manifestato il loro interesse”, racconta. “Io sono aperto alla discussione”. Con quali limiti? “Sono di origine indiana e sono grato a quello che mi ha dato la Germania, per molto tempo saremo focalizzati sull’Europa”. Per ora, è così.

Un’identità crollata e il balzo AfD

In questo scenario di paure si muovono i candidati. Cercando di dare risposte mentre le guerre si sommano l’una all’altra e con queste arrivano nuove paure. Che Stoccarda e il Baden-Württemberg perdano la centralità è una. In questo scenario l’AfD è raddoppiata, almeno nei sondaggi: è più bassa che nel resto della Germania, ma comunque raggiunge cifre impossibili da immaginare qualche anno fa. Il candidato AfD Steffen Deggler ripete tutti i punti chiave: la remigrazione, che deve riguardare chi non rispetta la Germania, gli allarmi per la sicurezza, ma anche la fine del sostegno all’Ucraina che deve accettare la perdita di territori. La forza su cui gioca è il potersi presentare come quelli che al potere non ci sono mai stati: “Cdu e Verdi hanno governato insieme negli ultimi dieci anni”, dice, “ora Hagel parla di espulsioni e di cambiamenti economici: sta adottando gran parte delle posizioni dell’AfD. Ma chi le può attuare? Noi”. Mentre parla, il suo candidato presidente Markus Frohnmaier è in visita a Washington. “Ma il sostegno di Musk non ha avuto alcun effetto su di noi”, sostiene. Più crescono e più il dibattito su quella che loro stesso chiamano “Melonification” si presenta, ovvero il rischio di dover fare troppi compromessi se si arriva al potere: “Io non giudico i leader di altri Paesi”, dice. “Certamente Giorgia Meloni ha avuto molte buone idee per cui è stata eletta. Ne ha realizzate molte, altre no”. E, naturalmente, non è la fine che vogliono fare dalle parti di AfD: “Noi manterremo le promesse”, è l’illusione.

Tra le tante contestazioni al partito di Alice Weidel, c’è quella di controllare la comunicazione sui social network. “In realtà c’è una bolla di sinistra online a cui noi ci contrapponiamo”, sostiene l’uomo ombra di Deggler che segue i video. Riescono su un campo decisivo e, considerato che in questa elezione votano per la prima volta anche i 16enni, la questione spaventa tutti gli altri. Ma non basta per vincere. Li osserva con ansia anche Peter Friedrich, presidente della camera dell’artigianato con un passato di dirigente per Spd: “AfD riesce a rivolgersi a un gruppo enorme di persone che si era ritirato dalla politica. Per me è un voto di protesta perché ci sono sostenitori in alcune delle aree più ricche. Credo sia una questione di identità. Eravamo i migliori, ora ci sono altri che fanno le stesse cose. E si scelgono gli estremi”. Al lato opposto di AfD, la sinistra Die Linke cerca di avere un posto nel Parlamento regionale. “La nostra è stata una campagna porta a porta”, dice Andre Dorr, uno dei membri della segreteria, mentre gira in bicicletta con gli ultimi volantini. “Abbiamo visitato più di 100 case e chiesto a tutti cosa non va. La risposta? Gli affitti insostenibili. Il problema sociale non può più essere ignorato”. Lo dice anche l’esponente dei Verdi Arras: “I nemici della democrazia fanno discorsi semplici, noi non possiamo parlare con la loro stessa voce, altrimenti gli elettori sceglieranno l’originale”. Lo slogan che campeggiava alle spalle di Merz durante l’ultimo comizio era: “In tempi incerti, sempre conservatore”. Ovvero non cambiare, o almeno non troppo. Ora resta solo da vedere cosa decideranno gli elettori.

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