Sal Da Vinci mette in scena alto e basso, vero e falso. Il massimo grado di napoletanità
Da anni mi occupo delle ‘immagini’ del Mediterraneo e dei suoi popoli, e ne ho teorizzato il doppio movimento – da un lato, la stigmatizzazione ‘orientalista’ dell’arretratezza, dall’altro la rivendicazione rovesciata di certi stereotipi come elementi identitari positivi (la ‘lentezza’ meridiana del Mare nostrum contro la ‘velocità’ del capitalismo globale oceanico) – mettendo in luce l’insufficienza di entrambi i paradigmi, e dunque non mi è aliena ogni discussione che evochi queste tematiche. Soprattutto quando, per la cultura italiana, si parla di Napoli, considerato il luogo onfalico del Meridione; e anche quando queste discussioni riguardano la cultura popolare.
Ispirato, tra le altre cose, dal New Historicism di un grande studioso della letteratura come Stephen Greenblatt, ritengo che tra le ‘fonti’ dell’indagine teorica occorra annoverare anche quelle non ortodosse, non accademiche, perfino pop, e tra esse certo la musica, ma anche il giornalismo.
Per questo, mi interessa la ricezione del brano di Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo, e perfino la critica che ne ha fatto Aldo Cazzullo. E mi interessa, quest’ultimo, non tanto per il giudizio estetico sulla canzone, che sarebbe ‘brutta’, ma per ciò che l’accompagna: una canzone che potrebbe essere la “colonna sonora di un matrimonio della camorra”.
Siccome si sa, i napoletani sono suscettibili (giustamente), non l’hanno presa bene. E in effetti non si capisce come mai, a chi voglia dire che una canzone di un autore napoletano è brutta, debba venire in mente automaticamente l’associazione con la camorra. Si tratta, come molti hanno sottolineato, del riaffiorare di un pregiudizio, sedimentato nella cultura popolare, come quando – per raccontare di una minaccia subita – scatta subito l’imitazione del dialetto siciliano. Un passo falso di Cazzullo, che per rimediare ha messo una toppa forse perfino peggiore del buco, affermando che gli piace Napoli, una certa Napoli, ma non quella caciarona e popolaresca di Sal Da Vinci. Si tratta di un refrain noto: esisterebbero due Napoli, una più ‘nobile’, culta, autentica, in cui il popolare è alto; e poi ci sarebbe una Napoli sguaiata, rumorosa, ‘strappacore’, kitsch e trash.
E allora proviamo a mettere in fila qualche ragionamento, sorvolando sul casus belli dell’associazione alla camorra, su cui davvero c’è poco da dire, e soffermandoci invece su questo schema dicotomico Napoli alta-Napoli bassa. Infatti, quel che pare evidente è che si tratta di una opposizione di fantasia, che ignora che Napoli è – come la realtà – contemporaneamente alta e bassa, aulica e popolaresca, raffinata e volgare.
Ma qui non si vuole ripetere il luogo comune sull’eccezionalismo napoletano, sulla città-mondo che contiene in sé tutto e il contrario di tutto. Si vuole solo ricordare che distinguere tra una Napoli ‘buona’ (che ci piace) e una Napoli ‘cattiva’ (che disprezziamo) significa dimenticare il miscuglio di autentico e inautentico, di ‘verace’ e artefatto, che caratterizza ogni manufatto culturale.
Sal Da Vinci ha giocato con la napoletanità, ha strizzato l’occhio al neomelodico, ma lo ha fatto con la sapienza di chi sa dominare i meccanismi complessi e veloci dello showbiz. Non è un caso che la canzone non emerga solo dal contesto napoletano, ma che sia il risultato di un team di autori, compositori, produttori, dj, che vengono da Roma, da Milano, da tutt’Italia (lo ha ricordato su Facebook un napoletano sanguigno come l’attore Gianfranco Gallo), e che hanno lavorato su un brano per riprodurre in vitro una napoletanità ‘artificiale’ che però funziona.
Sal Da Vinci ha messo in scena esattamente questo: la creazione dell’‘autentico’ come momento dell’‘inautentico’, scardinando nel modo più credibile l’opposizione tra ‘vero’ e ‘falso’. Quello di Sal è un motivetto orecchiabile prodotto per il consumo culturale, fatto apposta per funzionare, che usa con sapienza commerciale la sonorità napoletana, e in questo incarna al massimo grado ciò che Napoli, in quanto metropoli globale, è: vero e falso allo stesso tempo. Ovvero: ci vuole dell’inautentico per sembrare autentico; ci vuole dell’alto per sembrare basso.