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Ascanio Celestini torna in scena con Radio Clandestina, il suo storico monologo sul razzismo drammaticamente attuale

Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È un autore-attore che non si risparmia
Ascanio Celestini torna in scena con Radio Clandestina, il suo storico monologo sul razzismo drammaticamente attuale
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di Sergio Buttiglieri

Ascanio Celestini, “folletto” antropologo prestato al teatro, va in scena al teatro Jenco di Viareggio dopo più di vent’anni con un suo vecchio monologo sempre attuale: Radio Clandestina. La stagione di questo teatro viareggino ha fatto proprio l’assunto di Marco Martinelli, anima fondante del Teatro delle Albe di Ravenna, che con i suoi Refrattari afferma: “…una coltura teatrale è possibile se non si ha l’animo da mercanti, e se si accetta la sfida di far vivere un teatro dentro la città”.

Ascanio Celestini lo avevo incontrato tanto tempo fa al Teatro Verdi di Fiorenzuola quando la stagione era ancora egregiamente diretta da Paola Pedrazzini. Lo stesso spettacolo che l’8 marzo rivedremo in questa città toscana è sicuramente uno dei suoi più incalzanti pezzi, recitati tutti di un fiato, senza apparenti pause, quasi fosse un’unica implacabile e interminabile frase bernhardiana, sull’eccidio delle Fosse Ardeatine. E gli avevo chiesto come il suo monologo avesse voluto affrontare la normalità del razzismo che avviluppò gli italiani nel ‘38 (con le drammaticamente celebri leggi razziali promulgate dal regime fascista e controfirmate dal re Savoia) quasi senza che se ne accorgessero.

“Sì, era tutto scusabile. L’atto clamoroso del razzismo di stato, istituito nel ‘38, in maniera netta e gravissima, all’inizio fu preso come una innocua cosa soft. Vorrei dire una cosa peggiore: quando ci fu un rastrellamento a Roma, nel quartiere ebraico, portarono via più di mille persone e ad ognuno si diceva che dovevano chiudere la porta e conservare la propria chiave. È questa la vera sapienza del torturatore: dare la speranza di poter ritornare ad aprire la porta della propria casa, dare l’illusione di tutelare una parte della sua dignità. E di tutti quei deportati ritornarono solo quindici persone”.

Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È un autore-attore che non si risparmia, che va in scena un numero stratosferico di volte durante l’arco di un anno. Anche contemporaneamente con 4 spettacoli, uno più travolgente dell’altro.

Noi viviamo in un carcere di parole scritte, ci ricorda Celestini. Lui quando recita i suoi incredibili monologhi sembra apparentemente fermo, mentre c’è un grande ritmo nei suoi micromovimenti. Le sue pause danno subito il la ad un altro momento della narrazione, sono sempre condotte con studiato mestiere e senso dei tempi scenici. Altrimenti anche con questo suo monologo di 90 minuti, fra i primi da lui ideati, non potrebbe calamitare l’attenzione del pubblico.

Il suo modo di raccontare sembra un’unica immensa frase, senza punti a capo. Piena di digressioni, quasi fosse un insolito racconto alla Thomas Bernhard eccezionalmente rivolto all’infinito racconto orale della memoria. Tanti anni fa, penso più di 20, chiesi ad Ascanio “cos’ė per te la memoria?”. Lui mi raccontò che un giornalista “mi voleva convincere che ci fosse la memoria divisa in due anche nella lotta partigiana. Io risposi che la memoria non era divisa in due, ma che, piuttosto, la memoria è divisa in tante persone quante hanno memoria”.

E poi gli chiesi come giudicasse l’oralità televisiva (e ora quella dei social) che apparentemente racconta la realtà e l’informazione probabilmente nascondendola. E Celestini mi disse: “Premetto che la televisione la guardo sempre più raramente. L’oralità televisiva non è che non sia oralità: è oralità che manca completamente di memoria e di prospettiva. È questo che la svuota completamente di senso. La televisione, a parte le insite e programmatiche manipolazioni, in quanto telecronaca degli avvenimenti, nel momento in cui succedono, diviene assolutamente senza memoria. Assistendo nello stesso contenitore alla fiction, alla pubblicità, alla cronaca, agli avvenimenti reali e a quelli finti entriamo in una spirale semantica per cui tutto diventa un’unica cosa: né vera né falsa ma televisione”.

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