Sotto il governo Meloni 255 aziende metalmeccaniche italiane vendute a società estere: il report della Fiom
I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, sono finiti nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri. Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”.
Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De Palma.
Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania. “Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi – Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto generato si è riversato per il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni. Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia; mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei.
Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran, disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei posti di lavoro”.