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“I mariti possono picchiare le mogli, basta che non rompano le ossa o lascino ferite aperte”: la nuova legge dei talebani

Lo prevede un decreto approvato il mese scorso. Chi maltratta gli animali va incontro a una pena dieci volte superiore a quella prevista per chi rompe un osso alla propria consorte, che rischia al massimo 15 giorni di carcere
“I mariti possono picchiare le mogli, basta che non rompano le ossa o lascino ferite aperte”: la nuova legge dei talebani
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“Se un marito picchia la moglie così violentemente da procurarle una frattura ossea, una ferita aperta o una ferita nera e bluastra sul corpo, e la moglie si rivolge a un giudice, allora il marito sarà considerato un trasgressore. Un giudice dovrebbe condannarlo a 15 giorni di reclusione”. È questo, secondo la traduzione dell’Afghan Analysts Network citata da Cnn, il testo del decreto emanato dai Talebani, l’ennesimo sfregio ai diritti umani e in particolare a quelli delle donne. Una legge che colpisce per la sua brutalità: per confronto, la pena per il maltrattamento degli animali è più severa visto che “chiunque costringe animali come cani o galli a combattere dovrebbe essere condannato a cinque mesi di carcere”. Una pena dieci volte superiore a quella prevista per chi rompe un osso alla propria consorte.

Così la violenza sulle donne è diventata ufficialmente legge dello Stato, uscendo dall’ambito della prassi brutale o dell’eredità tribale. Il documento, approvato il mese scorso e trapelato grazie all’organizzazione per i diritti umani Rawadari, codifica per la prima volta in modo sistematico punizioni e certificano la demolizione dei diritti delle donne, progressivamente degenerata dal ritiro delle truppe Usa nell’agosto 2021. “Gli uomini hanno il diritto di governare completamente le donne”, ha spiegato l’attivista Mahbouba Seraj ai microfoni della CNN. “La parola dell’uomo è legge. Prima c’era almeno il timore dei tribunali; ora quel timore è svanito”.

Il decreto, poi, non si limita alla brutale violenza contro le donne. Estende il potere punitivo del patriarcato ai figli (punibili dal padre se non pregano) e reprime brutalmente ogni forma di diversità o dissenso. La sodomia e l’omosessualità sono punite con la pena di morte, così come l’eresia, la stregoneria o la diffusione di dottrine considerate contrarie all’Islam. La libertà di espressione viene definitivamente sepolta: insultare il leader supremo Hibatullah Akhundzada comporta 39 frustate e un anno di carcere, mentre “umiliare” i funzionari governativi costa sei mesi di cella. In un sistema dove la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, e dove alle donne è vietato uscire di casa senza un tutore maschio (mahram), la possibilità di denunciare abusi diventa un’utopia burocratica.

Le reazioni internazionali sono di sgomento. Volker Türk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha usato parole durissime durante il Consiglio a Ginevra, definendo l’Afghanistan “un cimitero per i diritti umani”. Türk ha sottolineato come questo sistema di segregazione sistematica equivalga a una vera e propria persecuzione di genere. Mentre l’UNICEF stima che oltre due milioni di ragazze siano già state escluse dall’istruzione superiore, questo nuovo codice chiude l’ultimo spiraglio di speranza. Non si tratta solo di una violazione dei trattati internazionali, ma di una riscrittura della fede religiosa utilizzata come arma di controllo sociale. Per le donne afghane, la casa diventa così, per decreto, una potenziale cella dove la legge garantisce l’impunità al carceriere.

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