Stretta anti Lgbt in Senegal: il consenso politico si gioca sulla vulnerabilità delle minoranze
A Dakar, nelle ultime settimane, l’aria è cambiata. In Senegal è in corso una campagna politica contro le persone Lgbtq+, e il progetto di legge approvato dal governo e trasmesso al Parlamento che inasprisce le pene per gli atti omosessuali non è una semplice modifica tecnica del codice penale.
Fino a oggi l’articolo 319 del codice penale puniva gli “atti innaturali con persone dello stesso sesso” con pene da uno a cinque anni di carcere, con il massimo applicato quando una delle persone coinvolte aveva meno di ventuno anni. Il governo ha approvato un progetto di legge che porta la pena massima a dieci anni.
La stretta non si ferma qui. Il testo introduce pene da tre a sette anni per chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone dello stesso sesso — una formulazione abbastanza ampia da inglobare Ong, associazioni, media, contenuti culturali, post sui social. Allo stesso tempo, prevede sanzioni per chi accusa qualcuno di essere omosessuale “senza prove”: una risposta formale alla proliferazione di campagne di outing e delazione che negli ultimi mesi hanno invaso Facebook, WhatsApp e X.
Non è la prima volta. Nel 2022, sotto il governo di Macky Sall, un primo tentativo di inasprimento — con pene fino a 10-15 anni — era stato bloccato in Parlamento. Ma la mobilitazione religiosa non si è mai fermata.
Negli ultimi mesi, l’attenzione pubblica è stata monopolizzata da inchieste su reti di pedofilia e su casi di violenza sessuale contro minori. Si tratta di crimini gravissimi, che non hanno nulla a che vedere con l’omosessualità adulta e consenziente. Mettere nello stesso calderone indicibili abusi sui minori e relazioni tra adulti, come fanno oggi molti media e predicatori, significa cancellare la differenza tra violenza e consenso e usare l’indignazione per i bambini per colpire tutte le persone LGBTQ+.
La scelta è politica e viene da lontano. Il primo ministro Ousmane Sonko ha costruito la sua immagine su un nazionalismo sociale radicale, anti-neocoloniale e anti-élite, presentandosi come difensore dei valori religiosi e culturali senegalesi contro l'”ingerenza occidentale”. Già in passato il suo partito, il Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno dei suoi punti di forza. Oggi ha esplicitamente collegato la pressione per il riconoscimento dei diritti LGBTQ+ alle influenze straniere che “dividono” il Paese, chiamando tutte le forze politiche a schierarsi in nome della sovranità e della morale.
La stretta sui diritti delle minoranze sessuali diventa così una potente risorsa simbolica. In un contesto di forte pressione sociale — disoccupazione giovanile, costo della vita, attese altissime verso il nuovo corso politico — il governo offre all’opinione pubblica un bersaglio immediato, capace di polarizzare e ricompattare.
Nel dibattito c’è però un punto che onestamente non possiamo eludere: la società senegalese è largamente omofoba per convinzione propria. Afrobarometer (round recente, 2025) mostra che il 97% degli intervistati “non vorrebbe avere persone omosessuali come vicini di casa”, mentre è largamente tollerante verso diversità etniche, religiose, politiche, migranti e rifugiati.
Le confraternite sufi e i movimenti islamici, da anni, trattano l’omosessualità come segno di “decadenza morale” . Questo significa che i leader intercettano, e spesso radicalizzano. In un contesto in cui l’omosessualità è percepita come minaccia religiosa e culturale, nessun dirigente vede un vantaggio nel difendere i diritti LGBTQ+.
Irrigidire la legge diventa dunque una scorciatoia per mostrarsi in sintonia con “il popolo”, rafforzare l’alleanza con i movimenti religiosi e occupare il centro simbolico del conservatorismo morale.