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Afghanistan-Pakistan, l’analista Foschini: “Una guerra su larga scala non conviene a nessuno. La Cina? Resterà a guardare”

"Nessuno poteva prevedere un'escalation di questo tipo, proprio perché quello tra i due Paesi è un conflitto a bassa intensità che va avanti da molti anni - spiega l'esperto - Ma dal 2021 diversi fattori sono cambiati"
Afghanistan-Pakistan, l’analista Foschini: “Una guerra su larga scala non conviene a nessuno. La Cina? Resterà a guardare”
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Guerra aperta“. Sono bastate queste due parole scritte su X dal ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha ricacciare la popolazione afghana nel terrore di un nuovo conflitto, dopo appena cinque anni di relativa pace seguita alla presa del potere dei Taliban. I termini utilizzati dall’esecutivo di Islamabad sono comunque inusuali, anche se, spiega Fabrizio Foschini, analista politico per Afghanistan Analysts Network, a Ilfattoquotidiano.it, “un conflitto prolungato non porterebbe risultati positivi né per la leadership afghana né per quella pakistana”.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un aumento degli scontri al confine, con il Pakistan che ha più volte accusato la leadership afghana di dare supporto alle milizie di Tehrik-i-Taliban Pakistan. È questo il motivo dell’attacco di Islamabad?
Nessuno poteva prevedere un’escalation di questo tipo, proprio perché quello tra i due Paesi è un conflitto a bassa intensità che va avanti da molti anni, oscurato solo dalla guerra Nato-Taliban. Stiamo parlando di una guerra combattuta su più piani, con scontri al confine, blocchi economici, lo stop da parte del Pakistan dell’unico accesso al mare per il vicino. Questo anche durante la presenza americana nel Paese. I motivi dello scontro, quindi, rimangono gli stessi e ogni leadership, da entrambe le parti, in qualche modo li eredita: si va dalla demarcazione dei confini all’irredentismo nei territori Pashtun pakistani.

Adesso, però, Islamabad ha parlato di “guerra aperta”. Ci sono delle motivazioni geopolitiche o economiche dietro a questo passo in avanti?
Bisogna sempre ricordarci cosa è cambiato dal 2021 (col ritiro occidentale dall’Afghanistan, ndr), oltre a un più recente mutamento delle circostanze internazionali nella regione. Ora che al governo ci sono i Taliban, con scarsissimo appoggio e riconoscimento internazionale, il Pakistan sa che può agire più impunemente rispetto a quando c’erano i soldati americani sul terreno. Col salto di qualità nell’escalation registrato già a ottobre, il Pakistan non si aspettava comunque la risposta dei Taliban che, per non apparire eccessivamente deboli, hanno deciso di rispondere con raid aerei. Tutto questo ha avuto come risultato un picco della tensione tra i due Paesi.

Già con le prime dichiarazioni, però, i Taliban afghani invocano il dialogo. Sono preoccupati da una “guerra aperta” con Islamabad?
Sicuramente. Sono nettamente inferiori a livello militare, anche se godono di questa fama di grandi combattenti che arriva fino in Pakistan. Ma credo che analizzare la situazione tenendo in conto solo le prospettive militari sia fuorviante. Credo che l’ipotesi di un’invasione pakistana su larga scala sia controproducente per entrambe le parti. Rovesciare la leadership talebana provocherebbe una destabilizzazione nel Paese che sarebbe ancora più dannosa per il vicino pakistano. Per i Taliban, subire attacchi massicci sul proprio territorio metterebbe in discussione una delle poche certezze della popolazione afghana: la loro capacità di avere il controllo della sicurezza interna. Per questo una “guerra aperta” non conviene a nessuno. Io credo che, arrivati a questo punto, da Kabul attendano l’intervento della comunità internazionale.

A proposito di comunità internazionale, la Cina starà guardando con occhio particolarmente interessato. Crede in un possibile intervento diplomatico?
Stanno osservando, ma non credo che si attiveranno. Hanno rappresentato una delle maggiori reti di sicurezza per il Pakistan che, negli ultimi tempi, ha però iniziato a guardare anche ai Paesi del Golfo, come dimostra l’accordo di reciproca difesa siglato con l’Arabia Saudita. Questo rafforza il senso di impunità del Pakistan. Pechino mediatore? Vedo più i Paesi del Golfo a ricoprire questo ruolo.

Su alcuni media indiani e pakistani c’è chi ipotizza l’uccisione della guida talebana, Hibatullah Akhundzada, nei raid. Sono solo speculazioni? È effettivamente un obiettivo del Pakistan in questo momento?
Il Pakistan sta cercando di colpire la leadership talebana di un certo livello, è vero, ma un colpo di questo tipo avrebbe dei risvolti particolari all’interno del gruppo che governa l’Afghanistan e, quindi, in tutto il Paese. Dentro ai Taliban possiamo identificare due macrogruppi: uno, che fa capo ad Akhundzada e agli alti gradi dell’Emirato islamico, che mantiene una posizione estremamente conservatrice nelle politiche e nei costumi e un altro che, invece, è composto da un numero importante di esponenti più pragmatici che vorrebbero apportare dei cambiamenti anche in funzione di maggior riconoscimento internazionale. Colpire il leader non significherebbe necessariamente dare il via a un cambiamento, ma creerebbe un’instabilità interna che nemmeno il Pakistan vuole.

X: @GianniRosini

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