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“Perché proprio su Crans Montana la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?”, nuovo scontro tra Roma e Berna

Un tweet dell’ambasciata riaccende la tensione diplomatica, mentre l’ambasciatore resta richiamato a Roma. Dopo il rogo del bar Constellation, costato la vita anche a sei italiani, l’Italia accusa la Svizzera di negare indagini comuni
“Perché proprio su Crans Montana la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?”, nuovo scontro tra Roma e Berna
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“Perché proprio su Crans Montana la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?”. La domanda, affidata a un tweet ufficiale dell’ambasciata italiana a Berna, riapre con forza il braccio di ferro tra i due Paesi sulla strage di Capodanno nel canton Vallese, dove il rogo del bar Constellation ha provocato 41 morti, tra cui sei cittadini italiani e oltre cento feriti.

Il messaggio, pubblicato a dieci giorni dall’incontro bilaterale del 19 febbraio, traduce in forma pubblica un malessere che da settimane serpeggia nei rapporti tra Roma e Berna dopo il clamoroso richiamo del rappresentate diplomatico italiano. In quella data una delegazione italiana guidata dal procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, era stata ricevuta nella capitale elvetica presso l’Ufficio federale di giustizia e dalla magistrata titolare dell’inchiesta, Beatrice Pilloud. Obiettivo: definire modalità e strumenti di collaborazione per accertare le responsabilità del rogo. La magistrata aveva manifestato disagio per i presunti attacchi dei media che sin dai primi giorni hanno cercato di ricostruire minuto per minuto quello che era successo, a fronte di una strage di ragazzini.

Al termine dell’incontro, le dichiarazioni ufficiali avevano evocato un clima di rispetto reciproco. Ma dietro la diplomazia, la sensazione – almeno sul fronte italiano – era che i risultati fossero inferiori alle attese. Via libera allo scambio di atti d’indagine, secondo i canali ordinari di cooperazione. Nessun via libera, invece, all’istituzione di una squadra investigativa comune.

Ed è proprio questo il punto su cui Roma insiste. “Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera”, ricorda l’ambasciata italiana nel tweet. “Perché proprio quella sulla strage di Crans Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla Procura della Repubblica di Roma il 19 febbraio scorso?”. Un interrogativo che suona come una contestazione politica prima ancora che tecnica. Ma già dai primissimi giorni di indagini gli avvocati di parte civile avevano denunciato “mancate perquisizioni, esclusione delle parti civili, lacune”, una conduzione dell’inchiesta così fragile da imporre ai legali di presentare un’istanza di ricusazione della procura.

La tensione non nasce oggi. All’indomani della scarcerazione, decisa dalla magistratura di Sion, di Jacques Moretti – proprietario del locale teatro della strage – il governo guidato da Giorgia Meloni aveva richiamato a Roma l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Un gesto, volto a manifestare l’irritazione per la gestione dell’inchiesta. Da allora l’ambasciatore non è rientrato a Berna, segnale che il raffreddamento dei rapporti non è stato riassorbito. Nei giorni scorsi il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, aveva espresso sorpresa per le pressioni politiche provenienti da Roma, ricordando un principio cardine dell’ordinamento elvetico: «Da noi vige la separazione dei poteri, le indagini spettano alla magistratura».

Sul piano giuridico, la cooperazione tra Italia e Svizzera è regolata da un accordo del 1998, perfezionato nel 2001, che disciplina rogatorie, scambio di atti e la possibilità di istituire squadre investigative congiunte, soprattutto in materia di reati transnazionali come criminalità organizzata, riciclaggio e reati fiscali e finanziari. Proprio questo precedente rende più difficile, agli occhi italiani, comprendere il diniego su un caso che ha avuto un impatto così grave e che coinvolge vittime di entrambi i Paesi.

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