Schlein da Sant’Egidio a parlare di pace: così la segretaria tesse la rete col mondo cattolico essenziale per le primarie del centrosinistra
“Evidentemente l’accelerazione sulla legge elettorale è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. Arriva alla Comunità di Sant’Egidio Elly Schlein nel pomeriggio di giovedì, più o meno mentre il centrodestra deposita il testo della legge elettorale. A via di San Gallicano, nel cuore di Trastevere, a Roma, si parla di Pacifismi (Mimesis Edizioni) a partire dal libro di Roberto Della Seta, in un dibattito con il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, moderato dal giornalista e conduttore, Marco Damilano. Ma la giornata è di quelle destinate ad entrare nella storia di questa legislatura, con il centrodestra che alfine trova un accordo – almeno iniziale – sul cambiamento delle regole del gioco in vista delle elezioni e il campo progressista che non brilla per unità, costretto a organizzarsi.
A partire da un punto: il nome del candidato premier, anche se non è sulla scheda, deve essere indicato nel programma. Una scelta che potrebbe avvicinare le primarie del centrosinistra, con tutte le incognite del caso per la segretaria del Pd, visto che ci sono molti mondi – anche dentro e intorno ai dem – più propensi a scegliere Giuseppe Conte. Come la Comunità di Sant’Egidio, almeno sulla carta. E allora, il dibattito di ieri, assume ancora più significati. Schlein, naturalmente, arrivando, non parla di nulla di tutto ciò tranne che il sistema ipotizzato dal centrodestra pare “molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti; quindi da questo punto di vista rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il Presidente della Repubblica”.
L’incontro a Sant’Egidio si svolge in una settimana in cui la segretaria del Pd sembra prendere contatto con tutti quei mondi che nelle primarie saranno determinanti. Lunedì è andata alla presentazione di Rinascita, a “casa” di Goffredo Bettini, dove lui, con Massimo D’Alema nella veste di guest star, ha lanciato ufficialmente i gazebo. Non è un mistero per nessuno che uno dei maggiori teorici del campo largo tra Conte e Schlein preferisca Conte. Poi, mercoledì, la segretaria ha partecipato a un dibattito in Senato su Tina Anselmi, nel nome della Dc. Giovedì è andata a Sant’Egidio, che lavora per la Margherita 2.0, sperando di conquistare alla causa Ernesto Ruffini, ma pure Graziano Delrio, che dovrebbe uscire dal Pd. Anche questo un progetto che poi guarda più a Conte (o a Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli). Da dentro la Comunità, raccontano che Schlein si sia praticamente auto-invitata alla Festa per il 58esimo anniversario lo scorso 11 febbraio. E poi venerdì è attesa a Firenze, a un’iniziativa promossa da Dario Nardella, uno dei big del Correntone di maggioranza: un altro pezzo di mondo che ufficialmente la sostiene, in realtà punta a commissariarla, se non a rovesciarla. Però – perché c’è anche un però – se Schlein resta segretaria, cosa che appare abbastanza scontata in questa fase, sarà lei a fare le liste elettorali, almeno quelle del Pd. E dunque, tutti questi mondi – anche Sant’Egidio se la Margherita 2.0 non funziona – avranno bisogno di lei. D’altra parte proprio con il Pd è stato eletto al Parlamento europeo Marco Tarquinio, l’ex direttore di Avvenire, vicino a Sant’Egidio, che si è quasi sempre distinto (magari scegliendo l’astensione) nei voti per il sostegno militare all’Ucraina. E Paolo Ciani, segretario di Demos (vicino a Sant’Egidio) è stato eletto a Montecitorio nelle liste Pd. Anche lui su posizioni diverse da quelle dei dem sull’invio di aiuti militari a Kiev.
Tutto questo si agita dietro le quinte. E non è un caso che molta parte del dibattito sia sulla pace. Con Riccardi che fa un discorso molto alto, in cui ricorda che la pace come ideale, come obiettivo “è ormai tramontato all’orizzonte”. Mentre però ribadisce che “la guerra è un elemento contrario alla storia e alla natura umana”. Sullo sfondo, riecheggiano le parole di Papa Francesco, che parlò di “terza guerra mondiale a pezzi”, come le prime di Leone XVI appena eletto, su una pace “disarmata e disarmante”. Schlein, intervenendo, sceglie di parlare a quel mondo, pur senza negare le differenze. “Questo libro ci fa discutere di pace in anni in cui la parola era stata tolta dal dibattito, anche nel nostro campo politico”. Ancora. “I dubbi che Roberto (Della Seta, ndr) racconta” sull’Ucraina e “sul genocidio a Gaza” sono “anche i nostri dilemmi”. Come “quello che sta accadendo in questo momento in Iran”. Da notare anche che usa la parola genocidio, cosa che in genere non fa con disinvoltura. E poi riprende le parole di Riccardi, sul fatto che “non c’è nessun legame tra mercato, pace e democrazia”. Poi, ammette: “Possiamo avere diverse idee su come sia opportuno sostenere il popolo ucraino, ma siamo tutti d’accordo su cosa è mancato: lo sforzo politico e diplomatico dell’Ue per costruire una alternativa alla guerra che mettesse tutti in condizioni di negoziare una pace giusta. E non dettata da interessi altri”. Forse un punto di partenza per un dialogo diverso. Si vedrà.
Ma intanto l’autore del libro, con la sua sola presenza ricorda un altro tema spinoso per il mondo dem: Della Seta è uno dei primi che ha denunciato i rischi di adottare la definizione Ihra in una legge sull’antisemitismo, puntando il dito soprattutto contro il testo proposto da Delrio (in quanto esponente Pd) perché potrebbe portare a definire antisemita chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele. Il Pd si è dissociato, ha presentato un testo diverso, ma la settimana prossima dovrà decidere se votare la legge in Senato, frutto dell’accordo nel centrodestra (nel frattempo “depurata” dalle sanzioni penali e dal divieto di manifestazioni pro Pal) o se astenersi. Spaccature interne in vista. A proposito di sintesi complesse.