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Terza notte di prigionia all’Ariston: la strategia di Carlo Conti è quella di prenderci per sfinimento

Si arriva all'una di notte tra una gag di Ubaldo Pantani, l’unico vero professionista che alleggerisce questo calvario, e la presenza di Irina Shayk, utile alla causa quanto un condizionatore al Polo Nord
Terza notte di prigionia all’Ariston: la strategia di Carlo Conti è quella di prenderci per sfinimento
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di Laura Ruzzante

Siamo alla terza notte di prigionia nell’Ariston-Lazzaretto. Il piano di Carlo Conti è chiaro: prenderci per sfinimento. Una quantità di fuffa industriale che farebbe sembrare un dibattito sulla riforma del catasto un concerto dei Led Zeppelin. Si arriva all’una di notte tra una gag di Ubaldo Pantani, un gigante, l’unico vero professionista che alleggerisce questo calvario, e la presenza di Irina Shayk, utile alla causa quanto un condizionatore al Polo Nord. Ma tant’è: la Rai dei patrioti deve pur esibire qualche gioiello di famiglia, anche se preso a noleggio.

L’unico momento in cui abbiamo smesso di guardare l’orologio è stato l’arrivo di Eros Ramazzotti con Alicia Keys. Hanno cantato L’Aurora e poi, su richiesta, un bis di Empire State of Mind voce e piano. Da brividi. Alla faccia dell’autotune, di cui questa edizione è drogata peggio di un ciclista negli anni Novanta. Così si fa musica. Per un attimo abbiamo sperato che apparisse il codice del televoto per votare Alicia, ma purtroppo la democrazia a Sanremo si applica solo ai casi disperati.

Passiamo ai “Big” (le virgolette sono d’obbligo). Le cartucce migliori, ammettiamolo, sono state sparate ieri. Stasera abbiamo capito che Sal Da Vinci ha già svoltato: il suo brano sarà il tormentone di ogni matrimonio da qui al 2030. Come direbbero i geniali sceneggiatori in Boris: “Evvai, è tutta Siae!”. Un’operazione commerciale travestita da sentimento.

Raf, invece, ha deciso di giocare al piccolo archivista: i riferimenti a Grignani e Zarrillo sono così palesi che si rischia il plagio involontario. Evviva l’originalità. Su Serena Brancale stendiamo un velo di zucchero: un brano che la Disney potrebbe usare per il prossimo cartoon con protagonisti dei cerbiatti canterini. Carino, per carità, ma noi saremmo a Sanremo, non a Disneyland.

Malika Ayane, Mara Sattei e Arisa esibiscono la solita classe cristallina, ma i brani non esaltano: sono come quegli abiti d’alta moda bellissimi che però non metteresti mai per uscire di casa. Leo Gassmann è apparso tradito dall’emozione, con qualche imperfezione vocale che da lui non ci aspettavamo, ma la grazia del cognome non sempre salva dalle stecche. Michele Bravi, invece, ci fa tenerezza: a differenza di Brancale, la sua emozione buca lo schermo e arriva dritta, pur senza miracoli.

Su tutto il resto come Maria Antonietta & Colombre, Tredici Pietro, Renga, Eddie Brock, Samurai Jay, Luchè preferiamo il silenzio assenso. Una sfilata di punti interrogativi che non lasciano traccia. Infine il povero Sayf: carino, per carità, ma cantare per ultimi dopo una giornata di lavoro è un supplemento di pena che non si augura a nessuno. Ci ha presi per sfinimento psicofisico.

E poi arriva lei, la cinica ghigliottina del voto. Le prime cinque posizioni in ordine alfabetico: Arisa, Luchè, Sal Da Vinci, Sayf, Serena Brancale. Praticamente il trionfo dell’imprevedibile (o del prevedibilissimo, a seconda di quanti parenti hai al telefono). Se questa è la crema del Festival, siamo messi peggio di una giunta comunale dopo un avviso di garanzia.

Aspettiamo la serata delle cover per vedere se qualcuno riuscirà a riesumare un briciolo di dignità musicale. O se dovremo chiedere l’intervento della Corte Costituzionale.

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