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Queste co-conduzioni a Sanremo devono finire!

Non le chiamano più vallette, il problema è che la sostanza non è cambiata molto, anzi, forse è drasticamente peggiorata. Sono artisti incastrati in uno spazio minuscolo
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La seconda serata del Festival di Sanremo mi ha fatto riflettere a lungo e sono arrivata alla conclusione che questa cosa delle co-conduzioni deve finire. L’immagine di artisti e similari che stanno lì come degli stoccafissi e al segnale del capotreno Conti leggono goffamente un bigliettino in cui c’è pure scritto quando devono tacere e lasciare spazio agli applausi, la trovo una cosa imbarazzante. Sarebbe ora di smetterla con queste presenze forzate sul palco più importante d’Italia, con questi siparietti cringe e con l’ospite di turno che è costretto ad essere tirato per la giacchetta dal conduttore se sbaglia posizione o corretto in Eurovisione quando sbaglia il nome di uno dei cinquanta autori del pezzo in gara.

La storia del Festival è piena di co-conduttori partiti con una discreta dignità artistica, che su quel palco viene irrimediabilmente fatta a pezzi. Attori, cantanti, icone pop trasformati in studentelli chiamati alla lavagna dal prof di turno, che arrancano insicuri perché non hanno studiato bene le equazioni di secondo grado. Per anni il Festival di Sanremo è stato criticato per via delle “vallette”, tanto care a Pippo Baudo, la bionda e la mora: attrici o modelle spesso molto famose anche a livello mondiale (pensiamo a Eva Herzigova, Valeria Mazza, Laetitia Casta) che venivano esposte come belle statuine accanto al conduttore. Silenziose e decorative, con l’unico compito di sfoggiare abiti eleganti e sontuosi e di sorridere in modalità paresi facciale per tutte le 4/5 ore di programma.

Superato giustamente il Sanremo harem, si è giunti alla conclusione che occorreva dare più spazio a chi condivideva il palco con il conduttore e allora, via le vallette e dentro le co-conduttrici e pure i co-conduttori. Il termine stesso implica finalmente una conduzione paritaria, una divisione equa dello spazio e dei riflettori. Almeno, in teoria. La pratica invece è quello spettacolo imbarazzante che ci propinano ogni anno. Non le chiamano più vallette, ma co-conduttori, il problema è che la sostanza non è cambiata molto, anzi, forse è drasticamente peggiorata.

Sono artisti incastrati in uno spazio minuscolo: entrano, leggono, sorridono e ammiccano, poi se ne vanno. L’illusione è quella di avere un ruolo centrale, quando invece si tratta sempre di un ruolo marginale che ruota intorno a quello del conduttore, il quale rimane sempre il perno assoluto. Loro sembrano bambini spauriti e insicuri, sempre in cerca di un cenno o di un’indicazione su come muovere un muscolo.

La domanda sorge spontanea: perché? Abbiamo davvero bisogno di Achille Lauro che legge goffamente un bigliettino senza mai alzare gli occhi per paura di sbagliare? Abbiamo davvero bisogno di Laura Pausini che per cinque serate, anziché cantare – come ci si aspetterebbe- viene inserita in siparietti cringe, credendo pure di risultare simpatica? E soprattutto, abbiamo bisogno della Pausini per cinque serate? Abbiamo bisogno che Lillo legga un gobbo e presenti uno dei cantanti in gara, quando basterebbe dargli lo spazio che merita, se non altro per impedire che il pubblico dell’Ariston si appisoli tra una canzone e l’altra?

In questa seconda serata del 76esimo Festival, abbiamo assistito ad un pallido tentativo di ribellione della Pausini nei confronti del sergente Conti. Probabilmente stanca del ruolo di cartonato che le è stato gentilmente affidato, ha provato più volte ad inserirsi goffamente nelle presentazioni di Carlo Conti, prendendo iniziative sul pubblico e risultando, se fosse possibile, ancora più impacciata di prima. Nemmeno il momento canoro con Achille Lauro è bastato a risollevare le sorti di questa sua tiepida partecipazione al Festival.

Pilar Fogliati è una giovane attrice di talento ed è diventata molto famosa sui social grazie alla sua divertente imitazione delle varie sfaccettature del dialetto romanesco a seconda delle zone della città. Ora, tutto molto bello, ma a Sanremo che diamine vuoi che ne capiscano delle differenze tra Roma sud e Roma nord?! Vabbè, quello poteva fare e l’ha fatto, sempre con la supervisione di Carlo Conti che, per l’appunto, contava i secondi a lei dedicati.

Sulla quota maschile di questa puntata non c’è molto da dire, se non rimarcare il fatto che la presenza di Achille Lauro poteva semplicemente limitarsi a due uscite: il duetto con la Pausini e l’omaggio alle vittime di Crans Montana.
Per quanto riguarda Lillo, è stata un’occasione persa per ridare un po’ di brio a questo Festival anestetico. Ci ha provato e i pochi momenti a lui dedicati hanno fatto la differenza, ma la priorità di questo e di tutti i Festival di Conti è spaccare il minuto (e anche qualche altra cosa!), perciò anche la sua comicità è stata drasticamente arginata.

La co-conduzione a Sanremo è un ibrido che non funziona e che anzi, trasforma questa manifestazione in un gigantesco meme. Contenti loro.

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