“Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno” i racconti dei rider di Deliveroo sfruttati. “Fino a 150 km al giorno per 3,77 euro a consegna”
“Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”. È solo una delle testimonianze raccolte dagli investigatori del Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri di Milano nel nuovo capitolo nell’inchiesta della Procura di Milano sul mondo del food delivery. Dopo il caso Glovo-Foodinho, anche Deliveroo è finita sotto controllo giudiziario per caporalato. Nelle carte dell’indagine coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari emergono decine di testimonianze che descrivono turni massacranti, compensi minimi e un sistema di gestione interamente affidato all’algoritmo.
“Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha messo a verbale uno dei rider. Dalle deposizioni emerge che i compensi fissi si aggirano tra i 3 e i 4 euro a consegna, con una parte variabile “in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”. Un ciclofattorino spiega di poter percorrere fino a “150 chilometri al giorno” con “consegne” anche a lunga distanza. Un altro riferisce di fare “fino a 150 km” per “dieci consegne”. C’è chi effettua “mediamente 10-15 consegne al giorno, con compenso intorno ai 4 euro a consegna”, chi indica “una media di 10 consegne giornaliere e un compenso di circa 3,75 euro per consegna” e chi dettaglia il meccanismo con “un compenso intorno ai 3,77 euro per consegna, stabilito dall’app entro i 3 chilometri che diventano 4,50 oltre i 5 chilometri”.
La giornata lavorativa inizia “con l’accesso all’app installata sul telefono” e per tutto il tempo la “posizione è visibile alla società tramite GPS“. In caso di ritardo “riceve una telefonata”. “La piattaforma può intervenire, verificare, sollecitare”, ha spiegato un rider agli investigatori. Formalmente partite Iva, i ciclofattorini non possono però “determinare autonomamente la tariffa”. Inoltre la “piattaforma non si limita a retribuire le prestazioni” ma “misura anche le scelte del rider” su “accettazioni e rifiuti” che incidono sulle successive “assegnazioni”, mostrando il “controllo esercitato dal committente”.
Secondo il pm Storari, per oltre 20.000 lavoratori in Italia la paga consiste in “una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Una somma che “non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di garantire una esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Costituzione) e palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.
Il quadro descritto dagli atti ricalca quello già contestato nel procedimento su Glovo: una “gestione algoritmica della prestazione”, il “monitoraggio” costante su “tempi” e “performance”, con possibili “punizioni”. E resta ancora da chiarire il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e calcolare il “compenso”.
Per i magistrati, l’attività lavorativa “non si presenta come una libera organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale Deliveroo”. E la “tutela” della “dignità” dei lavoratori in “condizione di debolezza contrattuale” non “può essere lasciata alla sola libera contrattazione di mercato” scrive il pm Storari nel provvedimento. Che si tratti di un “lavoratore subordinato” o di un “lavoratore autonomo” a partita Iva con “caratteristiche di parasubordinazione”, entrambe le categorie hanno diritto a una “retribuzione conforme” alla Costituzione, proporzionata alla “quantità e la qualità” del lavoro e sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”. Un impianto accusatorio che ora dovrà passare al vaglio del giudice, mentre l’inchiesta punta a fare luce su un modello organizzativo che, secondo la Procura, comprime diritti e compensi ben al di sotto delle soglie di legge.