A Sanremo molti intonati ma ferocemente inutili. Qualche meritevole c’è, tipo Fedez-Masini e le Bambole
di Laura Ruzzante
Bentornati al Lazzaretto. La prima serata del Sanremo 2026 targato Carlo Conti si è consumata con la stessa vivacità di un’assemblea condominiale in un lunedì di pioggia. Il “ragioniere dell’etere”, con quel colorito che oscilla tra il mogano antico e il feticismo per le lampade a bassa pressione, ha messo in piedi una liturgia della noia che farebbe sembrare un discorso di Orazio Schillaci un set di Circoloco a Ibiza.
Mentre il Paese reale affoga tra rincari e decreti fuffa, la Rai dei patrioti risponde col “metodo Conti”: trenta Big, o presunti tali, lanciati nell’arena come testimoni di una Restaurazione che non risparmia nessuno. Ecco le pagelle di chi è sopravvissuto al primo ascolto (e chi avrebbe fatto meglio a darsi alla macchia).
Per fortuna che ci siete (I sopravvissuti)
In questo deserto di idee, qualcuno che non merita l’esilio esiste. Fedez e Masini sono una strana coppia che funziona: l’alchimia tra il nichilismo pop e il pessimismo cosmico fiorentino regala l’unico brivido vero. Meravigliosi. Poi c’è Sayf, una ventata di freschezza inaspettata, e Samurai Jay: sì, d’accordo, sembra la brutta copia di Mahmood passata per un filtro Instagram, ma quelle sonorità che strizzano l’occhio ai Matt Bianco smuovono anche il cuore di pietra di chi, come noi, ha vissuto gli anni Ottanta con dignità. Menzione d’onore per le Bambole di Pezza (punk vero? No, ma almeno c’è energia) e per Elettra Lamborghini: è allegra, non si prende sul serio e, in un tempio di egoriferiti che si credono De André dopo tre mojito, la sua onestà intellettuale è ossigeno puro.
Le faremo sapere (Il reparto “Neutro”)
Qui entriamo nella terra di nessuno. Artisti che passano sul palco senza lasciare traccia, come un sottosegretario senza portafoglio. Mara Sattei, Ermal Meta, Serena Brancale, Eddie Brock, Enrico Nigiotti, Tredici Pietro, Chiello, Maria Antonietta e Colombre, Leo Gassmann: tutti bravini, tutti intonati, tutti ferocemente inutili. Non disturbano, non graffiano, non esistono. Se domani sparissero dalla scaletta, ce ne accorgeremmo solo leggendo il televideo.
Ma perché? (Il reparto “Crimini contro il gusto”)
Qui la situazione si fa seria. Arisa e Luchè sembrano capitati lì per errore, mentre la divina Patty Pravo esibisce una classe infinita intrappolata in una canzone “meh” che ne offende la storia. J-Ax e Sal da Vinci ci ricordano che il tempo è galantuomo, ma il Festival no. Fulminacci e Renga vagano nel già sentito, ma il vero abisso lo tocchiamo con LDA & Aka7even: una roba che fa rimpiangere la Musica (e il resto scompare) della Lamborghini versione 2020. Solo che Elettra ci faceva divertire, questi ci fanno chiamare l’avvocato.
Logopedista cercasi (Il reparto “Sottotitoli necessari”)
C’è poi chi ha un testo, forse anche bello, ma decide di custodirlo come un segreto di Stato. Ditonellapiaga, Levante e Nayt hanno cantato in una lingua antica, probabilmente un dialetto mesopotamico non ancora decifrato. Se l’intento era non farsi capire, obiettivo centrato. Se l’intento era comunicare qualcosa, suggeriamo un corso accelerato di dizione o un buon logopedista di fiducia.
Rimandati (Il beneficio del dubbio)
Infine, quelli che “magari alla seconda va meglio”: Michele Bravi, Dargen D’Amico, Tommaso Paradiso e Raf. Artisti che stimiamo (alcuni, non esageriamo), ma che stasera sembravano avere il freno a mano tirato. Li risentiremo, sperando che la prossima volta si sveglino prima dell’annuncio della classifica.
In conclusione: un Festival che è lo specchio di questa Italia. Molta forma, poca sostanza, e una gran voglia di andare a dormire presto.
I primi 5 classificati (in ordine alfabetico) sono: Arisa, Ditonellapiaga, Fedez&Masini, Fulminacci, Serena Brancale. Bah!