Libertà di stampa, il Cpj: “129 giornalisti uccisi nel 2025, nuovo record. Israele è responsabile del 70% delle morti”
Anche il 2025 si è chiuso con un bilancio tragico per la libertà di stampa. Secondo il rapporto annuale del Committee to Protect Journalists, 129 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi nel mondo, secondo record consecutivo e numero più alto mai registrato dall’inizio delle rilevazioni sistematiche avviate nel 1992. Di questi, almeno 104 sono morti in contesti di conflitto armato e Israele è ritenuto responsabile di due terzi – “quasi il 70% – delle uccisioni: le Israel Defense Forces , sottolinea l’ong, hanno compiuto “più uccisioni mirate di giornalisti di qualsiasi altra forza militare governativa mai documentata dal CPJ” in 30 anni. In diversi casi, afferma l’organizzazione, “vi sono ragionevoli motivi per ritenere che i giornalisti siano stati deliberatamente presi di mira”.
Il report evidenzia anche una crescita significativa delle uccisioni tramite droni: 39 cronisti hanno perso la vita in attacchi sferrati da velivoli senza pilota, un salto drammatico rispetto alle 2 vittime documentate nel 2023. Questi strumenti sono stati usati soprattutto nelle zone di conflitto più intense, dove la maggior parte dei reporter lavora in condizioni di estrema precarietà. Nonostante l’elevato numero di morti, la quasi totalità dei casi non ha portato a indagini trasparenti né a processi per i responsabili, alimentando un forte senso di impunità.
Gran parte delle uccisioni nel 2025 sono avvenute nella Striscia di Gaza in quello che è stato il conflitto il più mortale di sempre per i professionisti dei media. Tra i casi più noti compaiono storie di corrispondenti e fotoreporter locali: Mariam Abu Dagga, 33 anni, freelance, è stata uccisa il 25 agosto 2025 durante un bombardamento sull’ospedale Nasser di Khan Younis insieme ad altri colleghi; Moaz Abu Taha, anch’egli freelance, è morto nello stesso attacco mentre documentava la crisi umanitaria; Ahmed Abu Aziz, collaboratore di Middle East Eye e Quds News Network, e Anas al‑Sharif di Al Jazeera sono stati uccisi il 10 agosto vicino all’Al-Shifa Hospital mentre cercavano di raccontare gli effetti dei bombardamenti sulla popolazione civile. Questi casi non sono incidenti isolati, ma parte di un fenomeno sistemico: il rischio di morte per giornalisti locali nella Striscia si è rivelato più del doppio rispetto alla popolazione generale, mentre il rischio per i sanitari è fino a sei volte superiore alla media, secondo studi pubblicati sull’European Journal of Public Health.
La violenza contro i giornalisti nel 2025 ha riguardato anche altri Paesi. In Ucraina almeno 4 reporter sono stati uccisi da droni mentre coprivano il conflitto con la Russia – il numero più alto dall’inizio dell’invasione su larga scala da parte delle forze di Mosca nel 2022 -, e in Sudan nove operatori dei media hanno perso la vita nel contesto della guerra civile. Anche in Messico, India e Perù giornalisti sono stati assassinati da criminalità organizzata o per rappresaglie legate al loro lavoro, dimostrando che la violenza contro i media non si limita alle zone di guerra aperta.
Il rapporto fornisce anche una ripartizione professionale delle vittime: la stragrande maggioranza erano reporter locali, freelance o collaboratori di testate regionali. Solo una minoranza apparteneva a grandi media internazionali. Questo dato, osserva il CPJ, dimostra che “i giornalisti locali sopportano il peso maggiore dei conflitti armati, con minori protezioni e visibilità internazionale”. Preoccupante è anche il quadro dell’impunità. “Nella quasi totalità dei casi documentati nel 2025, non risultano procedimenti giudiziari conclusi contro i responsabili”, si legge nel rapporto. L’organizzazione ribadisce che “l’assenza di accountability alimenta un clima in cui colpire la stampa diventa una strategia a basso costo”.
I numeri del Cjp differiscono leggermente da quelli fotografati da Reporter senza frontiere nel report annuale pubblicato a dicembre, secondo il quale sono stati 67 i professionisti dei media uccisi dal 1 dicembre 2024 al 1 dicembre 2025: di questi quasi la metà, ossia 29, è stata freddata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Le cifre differiscono ma la sostanza non cambia: “I reporter vengono uccisi in numeri record in un momento in cui l’accesso alle informazioni è più importante che mai”, il commento di Jodie Ginsberg, Ceo del Cpj. Che aggiunge: “La protezione dei reporter nei conflitti armati non è un’opzione politica, ma un obbligo previsto dal diritto internazionale”.