Il Grande Fratello di Deliveroo con i rider: “Sfruttati e monitorati, l’app poteva vedere anche velocità e traiettorie”
Un “vero e proprio sfruttamento lavorativo” ai danni di “numerosissimi” rider, in stato di bisogno, costretti a lavorare con remunerazioni “sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Insomma: “Una situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni sotto la soglia di povertà”. E ancora: i pagamenti venivano effettuati in “palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Così la procura di Milano, dopo essere intervenuta su Glovo, ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario di Deliveroo Italy in un’inchiesta nella quale la stessa azienda, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, e il suo amministratore Andrea Zocchi risultano indagati per caporalato aggravato.
Al centro degli accertamenti del pubblico ministero Paolo Storari – da anni impegnato in inchieste sullo sfruttamento delle app di delivery e nella filiera della moda – ci sono le giornate lavorative di oltre 50 rider, quasi tutti costretti a vivere sotto la soglia di povertà stando ai redditi ricostruiti nell’indagine. Incassi che la procura ha potuto calcolare al centesimo grazie alla app di Deliveroo alla quale i ciclofattorini dovevano connettersi per lavorare. Una sorta di Grande Fratello che era in grado in “termini strettamente tecnico-informatici”, stando alla consulenza disposta dalla magistratura, di effettuare un “monitoraggio di tipo continuo” sui lavoratori. Una volta effettuato il log-in, infatti, la app era in grado di identificare l’identità del rider, il suo mezzo, gli ordini accettati e rifiutati, lo storico dei pagamenti e la posizione tramite Gps. Finito? Macché: i consulenti del pubblico ministero hanno accertato che era possibile anche tracciare “velocità” e “livello di batteria del dispositivo”, una “ricostruzione puntuale delle traiettorie”, la “verifica di coerenza tra stato dichiarato e condotta effettiva” e “l’individuazione di soste prolungate o deviazioni”.
Insomma, un “monitoraggio periodico” delle prestazioni e quindi della “produttività” di chi consegnava per Deliveroo che nel 2024 ha avuto tra i suoi “principali clienti nazionali” Mcdonald’s, Burger King, Roadhouse e Poke House. “Anche senza vedere ranking o sanzioni, il fatto oggettivo – si legge nel decreto che ha disposto il controllo giudiziario – è che la piattaforma raccoglie e conserva dati comportamentali, associandoli all’account individuale. Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla base di metriche”. I metodi di lavoro, dunque, non avevano nulla a che fare con un modello di lavoratore a partita Iva, come lo erano i 20mila rider che consegnano per Deliveroo, tremila dei quali solo a Milano. Stesso discorso del compenso che viene definito come “predeterminato” dalla piattaforma e “modulato da distanza e fasce”. I compensi medi si aggiravano “tra 3 e 4 euro lordi” a consegna e, secondo Storari, c’erano “assenza di indennità automatiche per attesa o spese” e una “opacità diffusa” sulla “composizione del compenso e sui criteri algoritmici di pricing”. Il quadro “sostanzialmente omogeneo” è emerso dalle testimonianze di una cinquantina di rider che nei loro racconti all’autorità giudiziaria hanno spiegato, in sostanza, la “costante compressione dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di un “rischio di interruzione improvvisa della fonte di reddito per blocchi account”, di una “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro subordinato”.
La loro attività – sintetizza il pm Storari – “non si presenta come una libera organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale” di Deliveroo. I ciclofattorini hanno anche spiegato che in caso di ritardi ricevevano chiamate e di percorrere in media anche 50-60 chilometri al giorno. Il tutto per una cifra mensile che, al lordo delle tasse, non superava quasi mai i 1.100 euro al mese. Senza tredicesima, quattordicesima né Tfr. E, ovviamente, in caso di assenza non ricevevano alcuna retribuzione. Molti di loro hanno dichiarato di “non potersi permettere di rifiutare consegne” per “mantenere” moglie, figli e parenti nei Paesi di origine, spesso Afghanistan e Pakistan.
Dagli accertamenti, spiega la procura di Milano motivando il controllo giudiziario, “emerge una sostanziale prevalenza di rider che percepiscono – nonostante affermino di lavorare un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale – un reddito netto annuo sottosoglia di povertà”. Analizzando gli introiti di 40 rider nel 2025 sono stati ben 30 quelli che non lo hanno raggiunto la soglia minima per sfuggire a quella condizione: l’81,1%. “Se il raffronto viene svolto con i livelli retributivi previsti dal Contratto collettivo nazionale di riferimento”, cioè quello della Logistica e Trasporto, “lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi determinati dal Ccnl risulta ulteriormente più marcato”. Rispetto al livello L – che ha un netto annuo di 20.298 euro – risultano inferiori al parametro 35 ciclofattorini su 37. Praticamente tutti.