Cuore “bruciato”, l’ipotesi del danno già durante il prelievo: procedura durò 102 minuti. Ghiaccio consegnato da una operatrice sanitaria. Sentita l’equipe austriaca
Il cuore “bruciato” dal ghiaccio secco e poi impiantato a Domenico, il bimbo di due anni e 4 mesi morto sabato scorso, potrebbe essere stato già danneggiato durante le fasi del prelievo. È attorno a questa ipotesi che si concentrerà una parte decisiva dell’inchiesta sulla morte del piccolo deceduto dopo aver ricevuto a Napoli un organo rivelatosi gravemente compromesso. Per giorni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sull’utilizzo del ghiaccio secco, materiale che, se impiegato in modo non corretto, può determinare un abbassamento eccessivo della temperatura fino a provocare lesioni da congelamento. Ma oggi l’asse dell’indagine – condotta dai carabinieri del Nas di Napoli – sembra spostarsi sempre più indietro, alla sala operatoria di Bolzano dove, il 23 dicembre scorso, il cuore venne espiantato. Erano diverse le persone presenti lungo il tavolo operatorio: un anestetista e un infermiere che lo assisteva, la cui visuale era però coperta da un telo, poi i due medici napoletani che sono tra gli indagati (i cardiochirurghi Gabriella Farina e Vicenzo Pagano), il team di Innsbruck per il prelievo di fegato e reni, una infermiera sterile. Infine nell’area non sterile una operatrice sanitaria e forse anche un altro infermiere.
La relazione di Bolzano: criticità “significative”
A riaccendere i riflettori sulla fase chirurgica è stata la relazione inviata il 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria e Salute della Provincia autonoma di Bolzano al Ministero della Salute. Nel documento si parla di “significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli”. L’atto d’accusa nei confronti dell’équipe del Ospedale Monaldi è puntuale. I rilievi riguardano la procedura chirurgica seguita, una dotazione tecnica ritenuta incompleta – con quantità insufficiente di ghiaccio – e incertezze nella gestione dell’eparina, il farmaco anticoagulante fondamentale nella fase di perfusione dell’organo. In particolare viene contestato un drenaggio giudicato insufficiente durante la perfusione. Un passaggio tecnico tutt’altro che secondario: un drenaggio non adeguato può lasciare residui ematici e compromettere la conservazione, favorendo danni ischemici o alterazioni strutturali del tessuto cardiaco. Non solo.
Nel documento si parla anche di mancanza di sacche e contenitori adeguati. Elementi che, sommati, restituiscono l’immagine di una spedizione partita con dotazioni incomplete per un intervento ad altissima complessità. L’ingresso in sala operatoria – stando alla relazione di Bolzano – è avvenuta alle 8.27, l’incisione effettuata alle 9.43, il prelievo alle 11.25, il termine dell’intervento alle 12.24. E in quei 102 minuti tra incisione e prelievo che potrebbe esserci stato la prima compromissione dell’organo. In una procedura di prelievo d’organi standard, il tempo che intercorre tra l’incisione chirurgica iniziale e il prelievo del cuore è solitamente molto breve, spesso compreso tra 30 e 60 minuti.
Il ghiaccio fornito da una OSS e il nodo della temperatura
Tra i passaggi ora al vaglio degli inquirenti – il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci – vi è anche la modalità con cui è stato reperito il ghiaccio. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato fornito da un’operatrice socio-sanitaria (OSS) della struttura ospitante. L’équipe napoletana avrebbe chiesto un’integrazione del ghiaccio e il personale locale avrebbe domandato se fosse necessario ghiaccio sterile o non sterile. La risposta riferita dal Monaldi è che tale distinzione sarebbe stata considerata non rilevante ai fini della conservazione. Resta il fatto che nella seconda relazione altoatesina parla di ghiaccio insufficiente, anche se nella prima non c’era nessun riferimento.
Già nei giorni scorsi era emerso che mancava un termometro per monitorare la temperatura dell’organo durante il trasporto verso Napoli in un box di vecchia generazione quando la struttura ospedaliera ne aveva ben tre di ultima generazione. Un’assenza che, in una procedura dove pochi gradi possono fare la differenza tra vitalità e danno irreversibile, pesa come un macigno. Il ghiaccio secco, peraltro, è facilmente riconoscibile: produce vapori visibili al contatto con l’aria. Ma oggi la domanda centrale non è più soltanto se sia stato utilizzato in modo corretto. Il dubbio è se il cuore fosse già compromesso prima ancora di essere immerso nel freddo. E perché nessuno si è accorto che con ogni probabilità quando il ghiaccio è stato versato c’erano dei vapori anomali.
L’ipotesi: danno in sala operatoria
Le criticità segnalate dalla Provincia di Bolzano aprono uno scenario diverso: che il danno possa essere avvenuto durante l’espianto e la fase immediatamente successiva di confezionamento sia stata un ulteriore errore. Una gestione non ottimale dell’eparina può favorire la formazione di coaguli. Un drenaggio incompleto può alterare la qualità della perfusione. Tempi non rispettati o manovre non eseguite correttamente possono incidere sulla funzionalità primaria dell’organo. Ed è su questa linea che si dovranno concentrare gli accertamenti medico-legali. Solo l’autopsia – che sarà disposta nell’ambito dell’incidente probatorio chiesto dalla procura – potrà chiarire se le lesioni riscontrate siano compatibili esclusivamente con un danno da freddo estremo o se presentino caratteristiche riconducibili a un trauma meccanico, a un’ischemia prolungata o a errori tecnici in sala operatoria. La distinzione non è solo scientifica, ma giuridica. Perché sposta il baricentro delle responsabilità dalla fase del trasporto a quella dell’espianto. L’esame autoptico sarà eseguito nei prossimi giorni anche perché l’elenco degli indagati potrebbe allargarsi. La procura sta preparando una lunghissima lista di quesiti in considerazione della delicatezza e della complessità della vicenda.
Il ruolo dell’équipe di Innsbruck
In questa ricostruzione potrebbe rivelarsi decisiva la testimonianza dell’équipe austriaca giunta da Innsbruck per il prelievo di reni e fegato. I sanitari stranieri erano presenti nelle stesse ore e nella stessa sala operatoria. Potrebbero fornire elementi utili sulle condizioni generali dell’intervento, sulle modalità operative seguite e sullo stato degli organi al momento dell’espianto. Erano accanto al team di Napoli, in attesa che il cuore fosse prelevato per procedere con il loro espianto. I medici austriaci sono stati già sentiti dal carabinieri del Nas di Trento, rispondendo alle domande degli investigatori. Sul contenuto delle risposte dei medici di Innsbruck vige il riserbo, ma il FattoQuotidiano.it ha appreso che medici e investigatori si sono incontrati al confine per raccogliere le informazioni su quei 102 minuti che potrebbero aver giocato il ruolo più importante in questa vicenda.
Il “giallo” della comunicazione post-trapianto
A complicare ulteriormente il quadro vi è il passaggio della relazione di Bolzano in cui si riferisce che il cuore, una volta arrivato a Napoli, “sarebbe stato trapiantato e successivamente espiantato per una disfunzione primaria dell’organo”. Una circostanza poi smentita: “Domenico è morto con il cuore arrivato da Bolzano nel petto”. Resta però il dubbio su come sia nata quella comunicazione e su quali informazioni siano state trasmesse al Centro Nazionale Trapianti. Per l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, occorre chiarire se si sia trattato di dichiarazioni mendaci o di una ricostruzione errata. “Non è una guerra contro il Monaldi – ha detto – ma una battaglia contro chi ha sbagliato ed ha cercato di occultare”. Il legale distingue tra struttura e singoli professionisti: “La responsabilità non è di tutto il Monaldi ma di un gruppo di dottori specifico”. Nel mirino anche la gestione interna dopo l’apertura dell’inchiesta.
Secondo Petruzzi, il dottor Guido Oppido (tra gli indagati)– sospeso dall’attività neonatologica – non sarebbe stato sospeso dall’attività lavorativa né dal ruolo di medico curante di Domenico. “È stato lasciato libero di condizionare e dirigere tutte le scelte relative a Domenico, mentre era indagato. Abbiamo ottenuto la sua rimozione solo il giorno prima della morte”. Parole che chiamano in causa la direzione generale dell’ospedale e che aprono un ulteriore fronte di polemica. La mamma del bimbo, Patrizia Mercolino, ha voluto chiarire la propria posizione: “Non ho mai parlato male del Monaldi perché è un ospedale di professionisti, altrimenti non vi avrei portato mio figlio quando aveva 4 mesi. Chi ha sbagliato pagherà ma non è tutto il Monaldi”.
Un’inchiesta ancora all’inizio
L’indagine prosegue sull’asse Bolzano-Napoli. I carabinieri del Nas di Trento hanno acquisito l’elenco del personale coinvolto nell’espianto e nel trasporto. A Napoli la procura affiderà a due ingegneri l’analisi dei cellulari sequestrati ai sette sanitari indagati per omicidio colposo in concorso. Le comunicazioni interne, le testimonianze – comprese quelle dell’équipe di Innsbruck – e gli accertamenti autoptici dovranno rispondere alla domanda centrale: il cuore era già danneggiato al momento dell’espianto? Se così fosse, il ghiaccio – sterile o meno, sufficiente o insufficiente – rappresenterebbe solo l’ultimo anello di una catena di errori iniziata molto prima.