Il clan Contini infiltrato all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli: quattro arresti tra cui un avvocato e 76 indagati
Un’altra bufera giudiziaria sulla sanità napoletana, anche se completamente diversa dal caso del piccolo Domenico Caliendo, morto a 2 anni e 4 mesi, dopo l’impianto di un cuore danneggiato all’ospedale Monaldi. Per l’Antimafia di Napoli c’erano le mani del clan Contini sull’ospedale San Giovanni Bosco. Una morsa composta di un sistema radicato di favori, estorsioni, truffe e complicità interne che avrebbe trasformato una struttura sanitaria pubblica in un centro di interessi illeciti al servizio dell’organizzazione camorristica. È il quadro che emerge dall’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e culminata nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone, tra cui un ‘avvocato. Mentre trai 76 indagati ci sono un ex poliziotto, medici e un ispettore Inps.
Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda, è stato eseguito dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e del Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Napoli. Tre gli indagati già raggiunti dalla misura, mentre per un quarto le operazioni risultano ancora in corso. Gli arrestati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso aggravata, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falsità ideologica in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio. Un ventaglio di contestazioni che, secondo gli inquirenti, fotografa un sistema articolato e stabile di infiltrazione criminale.
Il controllo dei servizi interni all’ospedale
Al centro dell’inchiesta le presunte infiltrazioni del clan Contini all’interno della struttura sanitaria pubblica già finita in passato sotto la lente degli investigatori per analoghi episodi di condizionamento camorristico. Le indagini, avviate anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbero consentito di accertare numerose e redditizie attività illecite svolte da affiliati al clan all’interno del nosocomio. In particolare, attraverso minacce ed estorsioni ai danni dei dirigenti della struttura, rapporti collusivi con pubblici ufficiali e intestazioni fittizie di attività economiche, il clan avrebbe gestito di fatto i servizi di bar e buvette e i distributori automatici di snack e bevande presenti nei locali dell’ospedale. econdo quanto ricostruito dagli investigatori, tali attività sarebbero state esercitate in assenza delle necessarie autorizzazioni amministrative, senza il pagamento dei canoni di locazione dovuti all’Asl e mediante l’utilizzo abusivo delle utenze dell’ospedale. Un sistema che avrebbe comportato un ingiustificato aggravio per le finanze dell’ente pubblico, mentre i proventi finivano nelle casse dell’organizzazione.
Ricoveri pilotati e certificazioni false
L’inchiesta avrebbe inoltre documentato un ulteriore livello di condizionamento, realizzato tramite un’associazione operante nel settore dei servizi di ambulanza e grazie alla complicità di personale sanitario e parasanitario, addetti alla vigilanza privata e dipendenti di altre ditte attive all’interno dell’ospedale. In alcuni casi, secondo gli atti, la collaborazione sarebbe stata ottenuta anche mediante minacce e violenze.
Attraverso questa rete, sarebbero stati garantiti favori illeciti a esponenti del clan Contini. Tra questi figurano ricoveri ospedalieri effettuati in violazione delle procedure di accesso, con corsie preferenziali per affiliati o soggetti vicini all’organizzazione, e il rilascio di certificazioni mediche false. Documenti che, in diversi casi, sarebbero stati utilizzati per ottenere scarcerazioni illegittime o benefici giudiziari. Tra gli episodi contestati figura anche il trasporto illegale di salme in ambulanza, in violazione delle normative di settore che riservano tali attività ai servizi funebri autorizzati.
Le truffe alle assicurazioni
Un altro filone dell’indagine riguarda numerose truffe ai danni di compagnie assicurative, che sarebbero state realizzate nell’interesse del clan mediante la simulazione di sinistri stradali. Gli indagati, avvalendosi della collaborazione di medici e professionisti compiacenti, avrebbero organizzato incidenti fittizi o gonfiato le conseguenze di sinistri realmente avvenuti. Le frodi sarebbero state attuate attraverso il reclutamento di falsi testimoni, appositamente retribuiti per rendere dichiarazioni mendaci, e la redazione di perizie compiacenti. I risarcimenti ottenuti sarebbero poi confluiti nella disponibilità del clan, alimentando ulteriormente le sue risorse economiche.
Il ruolo dell’avvocato e il concorso esterno
Tra i destinatari della misura cautelare figura l’avvocato Salvatore D’Antonio, 51 anni, per il quale la Procura di Napoli e il gip contestano il concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, il professionista avrebbe messo stabilmente le proprie competenze al servizio del sodalizio, in un rapporto definito di “stretta e stabile compenetrazione con l’organizzazione criminale”. In particolare, avrebbe veicolato informazioni da e verso ambienti carcerari, con riferimento anche alla gestione delle cosiddette “mesate’”, le somme di denaro destinate ai familiari degli affiliati detenuti.
Non solo. L’avvocato avrebbe fornito consulenze finalizzate al mantenimento e all’incremento delle ricchezze accumulate dal clan, contribuendo alla realizzazione delle truffe assicurative e reinvestendone i proventi nell’acquisto di beni di valore, tra cui immobili, autovetture e quadri d’autore. Avrebbe inoltre svolto il ruolo di intermediario con pubblici ufficiali infedeli per l’acquisizione di informazioni riservate.
I pubblici ufficiali indagati
Complessivamente sono 76 le persone indagate nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri. Tra queste figurano anche sei pubblici ufficiali: un ispettore in congedo della Polizia di Stato; un funzionario in servizio dell’Inps di Napoli; un ex impiegato dell’Ufficio Patrimonio dell’ospedale, oggi in pensione; due medici attualmente in servizio al San Giovanni Bosco e un altro dottore che ci lavorava all’epoca dei fatti. Secondo quanto emerso, con alcuni di loro l’avvocato arrestato si sarebbe interfacciato per acquisire informazioni riservate, funzionali agli interessi dell’organizzazione.
Le minacce al dirigente Asl
Nell’ordinanza con la quale la giudice per le indagini preliminari di Napoli Ivana Salvatore ha disposto gli arresti si fa riferimento anche alle minacce subite da Ciro Verdoliva, che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di direttore generale dell’Asl Napoli 1 Centro.
La direzione generale stava infatti cercando di tagliare fuori l’area riconducibile ai Contini dagli appalti dell’Ospedale San Giovanni Bosco, quelli per le pulizie, servizi ausiliari e attività economiche interne e l’azione intrapresa da Verdoliva è coincisa con un clima di pressione molto pesante nei suoi confronti. Verdoliva aveva infatti formalizzato le segnalazioni e avevaa intrapreso una collaborazione con la Procura di Napoli per denunciare il clima intimidatorio e proseguire nell’azione di risanamento del nosocomio partenopeo.