Perché la maggioranza beneficerà del risalto mediatico sul referendum (anche se dovesse perdere)
di Roberto Celante
A un mese dal referendum c’è preoccupazione nella maggioranza per il progressivo recupero del No, con i sondaggi che prospettano una battaglia aperta all’ultimo voto. C’è anche un discreto nervosismo per l’escalation delle dichiarazioni boomerang del Guardasigilli, al quale va riconosciuto il demerito di avere esagerato al punto da indurre il Presidente della Repubblica a presiedere una riunione del Csm per respingere al mittente l’accusa allo stesso organo di funzionare secondo un “sistema paramafioso”.
Un nervosismo, però, del tutto ingiustificato, perché, dovesse anche perdere il referendum, questa maggioranza avrebbe comunque tratto un notevole beneficio dal risalto mediatico di una riforma costituzionale, che ne sta schermando i fallimenti. Il danno speculare è quindi tutto per l’opinione pubblica, bombardata da una campagna per il Sì ad elevato tasso di creatività, che presenta la riforma come la panacea di tutti i mali della Giustizia, nonostante la magistratura sia chiamata ad esercitare il potere giudiziario non sulla base della faziosità dei pm e dei giudici, ma esclusivamente applicando la legislazione vigente.
È quindi assurdo accusare i magistrati per la mancata conferma della custodia cautelare in carcere per tre manifestanti arrestati per gli scontri di Torino: il gip ha agito in applicazione dell’art. 275 del codice di procedura penale. Quindi, l’obiettivo degli strali della destra dovrebbe essere la normativa vigente, che nessuno le impedisce di cambiare. Facoltà che peraltro è ben nota a questa maggioranza: prova ne è che, per iniziativa nientemeno che del Ministro della Giustizia, è stato introdotto l’obbligo per il gip di interrogare l’indagato prima di adottare qualsiasi misura cautelare, favorendo di fatto la fuga dell’eventuale colpevole, durante il preavviso di cinque giorni per la comparizione. Una norma che vanifica l’attività investigativa dei pm e la concreta applicazione della pena per il colpevole contumace.
Ma c’è un altro problema che questa maggioranza non sta affrontando: negli ultimi anni in Italia si è assistito, da un lato, ad un aumento dei reati, dall’altro, all’inerzia del Parlamento, che dovrebbe rideterminare di conseguenza il fabbisogno nazionale di magistrati. Un problema certamente legato al turnover, ma non solo, se si confrontano i dati italiani con la media europea: sedici magistrati ogni centomila abitanti, contro 29, significa avere un organico inadeguato ad assicurare l’esercizio efficiente del potere giudiziario.
Allora, non devono stupire più di tanto i tagli operati dalla Manovra 2026 per circa 130 milioni, in ambito di edilizia e ristrutturazione di uffici giudiziari, perché, in fondo, sono coerenti con un organico ridotto all’osso: perché mai si dovrebbero ampliare i tribunali, senza assumere più magistrati? Non fa una piega, se non fosse che il Ministero della Giustizia esiste proprio per consentire alla magistratura di poter operare nelle migliori condizioni, garantendo “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia” (art. 110 Cost.) e quindi questi tagli finiscono per impedire al Guardasigilli di svolgere le funzioni attribuitegli dalla Costituzione.
In un simile contesto di criticità, l’imbarazzo di chi ne è responsabile suggerirebbe di parlare d’altro. È quindi capitata “a fagiolo” la campagna referendaria per la conferma della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, nell’ambito della quale, peraltro, si fanno apprezzare i veri e propri esercizi di satira involontaria, con improbabili citazioni di casi giudiziari alla ribalta delle cronache e la tanto insistita quanto sconclusionata assicurazione che, solo se vince il Sì, non ve ne saranno di ulteriori.
Allora, se l’esito del voto, nonostante tutto questo, appare ancora in bilico, almeno una certezza l’abbiamo: a chi apprezza l’umorismo surreale spiacerà che si vada a votare tanto presto…