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La presenza di Mattarella al Csm, simbolica e ‘patriottica’, testimonia la deriva etica della società

Con una metafora in stile cavalleresco, il Presidente ha dato un primo segnale di cambiamento “salendo come un vero patriota sul suo cavallo”
La presenza di Mattarella al Csm, simbolica e ‘patriottica’, testimonia la deriva etica della società
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di Francesca Carone*

La Costituzione scritta dai Padri costituenti e approvata nel dicembre del 1947, non è un documento definitivo racchiuso in un luogo sicuro, consegnato una volta per tutte alla storia del nostro Paese. Non appartiene al “passato”: è la traccia indelebile e atemporale più alta della politica italiana che riassume l’universalità dei valori, dei diritti e dei doveri nell’alveo della convivenza civile e della legalità. Dietro questo documento vi è la lotta non solo fisica, ma anche intellettuale di tutti coloro che hanno difeso il nostro Paese prima e dopo che fosse scritta.

La Costituzione assolve ad un ruolo fondamentale nella vita civile e politica del Paese. Per questo deve essere difesa e protetta attraverso le voci e la forza dei nuovi partigiani, degli attivisti e dei custodi invisibili che operano affinché essa rimanga salda nel divenire legislativo del nostro Paese.

La scorsa settimana Mattarella ha presieduto il Plenum del CSM, prima volta in 11 anni di mandato, come da lui evidenziato nella prima parte dell’intervento. Nell’occasione il Presidente ha rimarcato “la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura” nonché “il rispetto che occorre nutrire e manifestare da parte delle altre istituzioni”. Il Presidente ha inoltre esortato al “rispetto vicendevole” delle istituzioni “in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza”.

Un intervento che ha scosso l’opinione pubblica, ricordando che Diritto e Giustizia sono racchiusi nel solco della Costituzione, pilastro e modello fondamentale dello Stato. La presenza di Mattarella in una seduta ordinaria del CSM, profondamente simbolica e “patriottica”, testimonia la deriva etica della società, stordita da un malessere generale, in balia di una profonda crisi determinata, in gran parte, da una scissione sociale e politica sempre più evidente: valori come lavoro, uguaglianza, democrazia, scuola, famiglia, giustizia sono relegati alla base di una piramide al cui vertice spicca una sorta di edonismo strutturato, sostenuto dallo sciabordio del potere e della ricchezza.

Valori relegati ormai nel sottoinsieme di nicchia della politica e della vita sociale, proprio come le bomboniere della cresima e della comunione nella vetrina del soggiorno.

Tutto ruota intorno al benessere e all’apparenza e il flusso della vita sociale e politica si protende verso questi pseudo valori figli del potere e della ricchezza. Valori come Giustizia, uguaglianza, democrazia, famiglia, scuola sono svuotati dello loro essenza e rappresentano solo il mezzo per raggiungere uno status. Tutta la società orbita intorno a categorie che trascurano il valore intrinseco della sua umanità, facendo leva sulle categorie derivanti dal potere. Dalla scuola, all’università, dalla politica alla società (sempre più stratificata e anaffettiva), vi è uno stallo pericoloso disconnesso dalla realtà che si autodetermina nel costante processo di disumanizzazione.

La crisi della scuola è soprattutto una crisi di valori e di cultura: si vive nell’alveo di un analfabetismo etico, sentimentale e relazionale che annienta i valori essenziali.

La crisi della Giustizia è anch’essa una crisi di valori che si ripercuote nella gestione del pluralismo e della democrazia. Non è un caso che la scuola viva un momento di grande incertezza, che la violenza dilaghi in tutti gli angoli e in tutte le modalità, che la politica sia una cartina di tornasole di un’autoreferenzialità fine a sé stessa.

Occorre reinvestire nei valori sviluppando una rete che riumanizzi la vita sociale e politica del Paese. A partire dalla scuola, dalla famiglia, dalle periferie: innestando i semi della cultura, della conoscenza e del pensiero critico, attraverso una partecipazione consapevole e attiva.

Con una metafora in stile cavalleresco, il Presidente Mattarella ha dato un primo segnale di cambiamento “salendo come un vero patriota sul suo cavallo” e lanciando un monito alle narrazioni aggressive, dissonanti e pretestuose nella chiassosa diatriba referendaria in cui si potrà modificare una Carta, che rappresenta l’emblema della Democrazia e del Diritto. Il moderno Mameli, nel nuovo Inno all’Italia, avrebbe stretto a “coorte” tutti i giornalisti, magistrati, intellettuali, attivisti e gente comune che, percependo il pericolo di un’incombente deriva democratica, intonano simbolicamente, con la loro testimonianza, un inno comune in difesa della Costituzione: sono i nuovi patrioti e partigiani che, senza spade e senza elmi, si riconoscono stringendosi a coorte nei palinsesti, sulle pagine di giornali, nel posto di lavoro, nei bar, nei supermercati per arrestare quel vortice che rischia di svuotare una parte essenziale della nostra Costituzione.

È in atto una narrazione sovversiva che egemonizza la libertà di pensiero attraverso idee stereotipate volte a massificare l’orientamento e l’indirizzo referendario del Sì, laddove “la Legge non sarebbe più uguale per tutti” perché “manipolata” , controllata e mescolata dal potere politico: il ritorno ad un mero giustizialismo (non a quello “dell’occhio per occhio dente per dente”) del “ricco e potente” che la spunta sempre sul poveraccio che finisce in galera. Anche per aver rubato dei pomodori al supermercato.

I nuovi patrioti invitano alle “armi” della conoscenza, della libertà di pensiero, della partecipazione. Ad una piena consapevolezza del voto referendario che deciderà il futuro del nostro Paese.

* Insegnante

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A cura di Paolo Frosina
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