La giudice sconfessa i pm, riscrive l’accusa e fa triplicare la pena: il caso Adriatici è un manifesto per il No al referendum
Un giudice che sconfessa clamorosamente il pubblico ministero, ordinandogli di riscrivere l’accusa. E non per attenuarla, ma per aggravarla: da omicidio colposo a omicidio volontario. La condanna a 12 anni di Massimo Adriatici, ex assessore leghista di Voghera che uccise con un colpo di pistola per strada il 39enne senza dimora marocchino Youns El Boussetaui, è il frutto di una vicenda processuale tutta particolare. Che contraddice in modo emblematico la tesi sostenuta dai fan della separazione delle carriere, secondo cui i magistrati giudicanti si “appiattiscono” sulle richieste eccessive dei colleghi pm. In questo caso, infatti, è accaduto l’esatto contrario: per più di tre anni la Procura di Pavia ha accusato Adriatici di eccesso colposo di legittima difesa, cioè di aver semplicemente esagerato una reazione, di per sè legittima, a uno schiaffo ricevuto da El Boussettaoui. Con questa ipotesi il pm aveva ottenuto dal gip prima l’arresto e poi il rinvio a giudizio dell’ex politico, chiedendo una condanna a tre anni e sei mesi al termine del dibattimento di fronte al Tribunale. In quella sede però una giovane giudice, Valentina Nevoso, si è opposta alla ricostruzione fatta dai colleghi più anziani, restituendo gli atti alla Procura perché riscrivesse il capo d’imputazione contestando l’omicidio volontario. Una mossa coraggiosa e inusuale (consentita da una specifica norma, l’articolo 521 del codice di procedura penale) che però, un anno e mezzo dopo, è stata riconosciuta come corretta.
L’ordinanza risale a novembre 2024. In base a quanto emerso dall’istruttoria, la giudice Nevoso aveva ritenuto che il fatto contestato ad Adriatici fosse “diverso da come descritto” da pm e gip e “sorretto da un dolo omicidiario, in termini quantomeno eventuali”, cioè di accettazione del rischio. L’allora assessore, infatti, aveva deciso “di attenzionare e pedinare la vittima in totale autonomia”, “nella piena consapevolezza” della sua personalità aggressiva e mentalmente instabile, nonostante “non fosse titolato allo svolgimento di qualsivoglia operazione di tal genere”; inoltre “aveva volutamente e arbitrariamente ritardato la richiesta di intervento delle forze dell’ordine“, pur avendo visto El Boussetaoui danneggiare arredi urbani, rovesciare i tavoli di un ristorante e aggredire una coppia di nordafricani. Una volta entrato in contatto con lui, poi, gli comunicava di aver chiamato la polizia, mostrandogli la pistola (priva di sicura) e provocando l’aggressione a cui poi reagiva sparando. In questo modo, scriveva la magistrata, Adriatici si è “posto volontariamente in una situazione di pericolo (…) facendo in tal modo venire meno il requisito della necessità della difesa”, previsto dalla norma sulla legittima difesa.
Non solo. “Va anche evidenziato come l’imputato, pur avendo dichiarato di aver percepito l’aggressività dell’El Boussettaoui sin da quando questi, a distanza apprezzabile, si accorgeva della sua presenza, abbia scelto deliberatamente di non allontanarsi dal luogo dei fatti: in quel momento, egli avrebbe, infatti, potuto fuggire senza alcun pregiudizio o, banalmente, avrebbe potuto rifugiarsi in uno dei locali attigui”, sottolinea la giudice. Un comportamento che contrasta con un altro requisito previsto dalla norma sulla legittima difesa, cioè la “non evitabilità” del pericolo: lo stesso Adriatici, a processo aveva detto di aver “realizzato la probabilità di una degenerazione della vicenda”. In sintesi, quindi, il politico “cagionava ed accettava la situazione di pericolo creata, accettando così anche il rischio di verificazione dell’evento nefasto”, ha scritto la giudice. Dopo la decisione, il fascicolo è stato preso in carico direttamente dal procuratore capo di Pavia Fabio Napoleone, che al termine del nuovo processo in Corte d’Assise (il collegio competente sui processi per omicidio volontario, composto anche da giudici popolari) ha chiesto per Adriatici la condanna a 11 anni e quattro mesi, il minimo della pena con attenuanti. Anche qui i giudici non si sono adeguati del tutto, aumentando il conto di sei mesi: perché per renderli indipendenti non c’è bisogno del Sì al referendum.