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“Cinturrino ha sparato mentre Mansouri cercava di fuggire”: le accuse dei pm al poliziotto fermato per l’omicidio a Rogoredo

Nel decreto di fermo ricostruita la dinamica di quanto avvenuto il 26 gennaio, attraverso le testimonianze dei colleghi: "Sull'arma finta ci sono le tracce biologiche dell'agente"
“Cinturrino ha sparato mentre Mansouri cercava di fuggire”: le accuse dei pm al poliziotto fermato per l’omicidio a Rogoredo
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L’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino è stato arrestato oggi per omicidio volontario perché, si legge nelle 18 pagine di decreto di fermo firmate dal procuratore di Milano Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, “ha cagionato la morte” del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri mediante l’esplosione di un colpo di pistola, “coscientemente e volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione”. La pistola finta trovata accanto al cadavere è stata messa dall’agente tanto che il suo profilo genetico è stato individuato in diversi punti della pistola. E ancora: “Mansouri, come emerso dalla preliminare analisi della traiettoria del proiettile, è stato attinto mentre cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli”. Insomma l’indagine lampo della Squadra Mobile coordinata da Alfonso Iadevaia sembra aver chiuso il cerchio.

“Nessuna minaccia concreta da parte di Mansouri”

Il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, quando Cinturrino ha sparato, secondo la Procura di Milano, “non vi era una concreta minaccia ed il grave ritardo con cui furono allertati i soccorsi, ritardo ascrivibile a Cinturrino, il quale tranquillizzò tutti i colleghi sul fatto di aver chiamato la Centrale operativa ed il 118, sono circostanze significative del dolo omicidiario che ha sorretto la condotta dell’indagato; deve, infatti, ricordarsi che la morte del Mansouri fu certificata come avvenuta alle ore 18,31 e che dal verbale sanitario” il presunto pusher “non morì sul colpo e diede numerosi segni di vita”. E se pur al momento il movente non è stato circoscritto “occorre rilevare che, dalle dichiarazioni delle persone escusse a sommarie informazioni, nonché da quanto riferito dagli indagati durante gli interrogatori del 19 febbraio, è emerso un quadro allarmante dei metodi di intervento di Cinturrino, inteso Luca, durante le operazioni di contrasto allo spaccio delle sostanze stupefacenti nei boschi di Rogoredo nonché una pregressa conoscenza tra con Mansouri”. Il castello di carte messo in piedi dal poliziotto è dunque crollato. E questo grazie anche agli interrogatori dei colleghi che in un primo momento, durante le sommarie informazioni quando ancora non erano indagati per favoreggiamento e omissione, lo avevano coperto.

Le testimonianze: “Mansouri tentò di scappare”

Torniamo allora a quel pomeriggio, quando Cinturrino, dopo l’omicidio, spiegherà di aver fatto fuoco perché il 28enne marocchino gli stava puntando una pistola. Quadro del tutto falso. A rivelare la messinscena saranno gli stessi poliziotti e diversi testimoni. Vediamoli. Un primo testimone, presente sul posto, dichiara che “Mansouri non sarebbe stato armato, che avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra, che sarebbe stato attinto mentre stava per scappare e che, una volta attinto, sarebbe caduto frontalmente” e non ritrovato con la faccia in alto come dichiarato dagli agenti. Ma sarà poi decisivo l’interrogatorio del 16 febbraio dell’agente indagato che si trovava dietro a Cinturrino al momento dello sparo. A verbale fissa i momenti quando i due si trovano all’interno del boschetto: “L’ass.te Capo Cinturrino ha notato un uomo avvicinarsi e lo ha riconosciuto per Mansouri a noi noto anche come Zack (…). Mentre andavamo verso di lui, io camminavo alla sua destra ma ero un 2/3 metri più indietro rispetto a lui, e nell’avvicinarsi anch’io mi ero reso conto che si trattava effettivamente di Zack, in quel frangente ci trovavamo a circa 20 metri. Ho visto Zack che ha fatto il gesto di alzare il braccio destro, sopra la spalla, come se volesse lanciarci qualcosa. Ho immaginato che Mansouri avesse riconosciuto Cinturrino (…). Nel momento in cui Mansouri ha fatto il gesto di lanciare qualcosa, ho percepito da dietro che Cinturrino ha estratto la pistola. Mansouri si è spostato come se volesse cambiare direzione vedendo la pistola puntargli da Cinturrino che subito dopo gli ha sparato e lo ha colpito. L’uomo è caduto di faccia e Cinturrino una volta avvicinatosi ha girato il corpo e si è reso conto di averlo colpito (…)”.

“Mi disse di andare a recuperare una valigetta”

Il collega del poliziotto fermato continua: “Immediatamente Cinturrino mi ha dato le chiavi della macchina, la Fiat Panda di servizio con cui è arrivato, ordinandomi di andare in commissariato a prendere la valigetta degli atti, quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Io ho eseguito l’ordine e sono andato al commissariato e ho preso la valigetta, in realtà si tratta di una borsa nera con lo stemma dell’Italia che appartiene a Cinturrino e come detto la riconosco perché ha quello stemma. Ho messo la valigetta nel cofano della macchina e sono tornato in via Impastato dove mi attendeva Cinturrino che ha subito aperto il cofano della macchina ed ha prelevato qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, non ricordo quale delle due, era un oggetto nero (…). Cinturrino è tornato di corsa verso Mansouri (…). Io sono tornato verso il corpo e solo in quell’occasione ho visto che nei pressi del corpo, vicino alla mano destra c’era una pistola”.

Nessun poliziotto ha mai intimato l’alt al pusher

Inoltre, si legge nel fermo, l’agente “ha anche precisato che, prima dello sparo, nessuno dei due poliziotti ha intimato l’Alt a Mansouri né hanno detto o gridato parole che potessero segnalare al cittadino marocchino l’identità delle persone che aveva di fronte”. Gli accertamenti sull’arma poi chiudono il cerchio di questa vicenda: “Tale analisi ha consentito di accertare l’assenza, sulla pistola, di tracce genetiche riferibili alla vittima; sono, invece, state rinvenute tracce biologiche di Carmelo Cinturrino sia sulla guanciola destra, sia sul grilletto/ponticello sia sul cane sia sul dorso dell’impugnatura dell’arma. Tali risultati consentono di affermare che Mansouri non ha mai impugnato la pistola e che, al contrario, Cinturrino, lungi dall’aver spostato con un semplice gesto la pistola, l’ha maneggiata in modo tale da lasciare tracce biologiche in più punti dell’arma”.

La messinscena e il ritardo nei soccorsi

Sempre riguardo al fatto che l’arma si stata messa dal poliziotto, nel decreto di fermo vengono riportate le dichiarazioni di altri agenti indagati che nel momento dello sparo escono dalla boscaglia e immortalano la scena: “I correi hanno riferito che, seppur si trovassero a significativa distanza dal corpo allorquando, sentito lo sparo, sono usciti dall’area boschiva ed hanno incontrato Cinturrino, guardando in direzione del ferito, non hanno visto alcuna pistola od oggetto nero compatibile con un’arma vicino al corpo”. Non solo, la messinscena ha ritardato la chiamata ai soccorsi: “L’indagato – scrivono i pm – ha atteso ben ventidue minuti prima di allertare i soccorsi, nonostante Mansouri desse ancora segni di vita; ciò al fine di modificare la scena del delitto in modo da mostrare una situazione compatibile con la falsa versione del colpo esploso per legittima difesa, avendo dovuto attendere che” il collega “recuperata la valigetta al Commissariato, gliela consegnasse”.

“Quel pusher non era il nostro obiettivo”

Resta, come detto, ancora da accertare il movente che però si inserisce nei rapporti tesi tra il fermato e la vittima. Che il presunto pusher fosse il bersaglio emerge dalle dichiarazioni degli altri agenti indagati. Si legge, infatti, a pagina 16 del fermo: “Alla domanda se Mansouri fosse stato il fulcro della piazza di spaccio e se avessero mai fatto servizi mirati per lui” uno agente “ha risposto: che No, il nostro obiettivo non era Zack. Noi andavamo e in base all’attività che c’è al momento lavoriamo. Ho associato dopo che quel telefono era di Zack, a noi non interessava di lui, non più rispetto ad altri spacciatori”. Da qui l’esecuzione del fermo motivata dal pericolo di fuga del poliziotto perché “avendo la possibilità di alloggiare anche a Milano ed a Carpiano, ha la concreta possibilità di sottrarsi al procedimento”.

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