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La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi segnala che l’agenda nazionalista di Trump sta crollando

Quando un aspirante autocrate in crisi perde il consenso interno, di solito cerca una via d'uscita sul fronte della politica internazionale. L’Iran è in pole position
La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi segnala che l’agenda nazionalista di Trump sta crollando
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Donald Trump è furioso: la sentenza della Corte Suprema che ha polverizzato i suoi dazi globali è la sconfitta più bruciante della sua doppia carriera presidenziale. La reazione è quella solita del repertorio sovranista: insultare i giudici. “Folli”, “cagnolini servili”, “antipatriottici”, un florilegio di improperi che ricorda da vicino la prosa del ministro Nordio ogni volta che una toga osa applicare la legge anziché le direttive del governo. Ma la realtà è più solida del chiasso mediatico. A Washington c’è ancora chi esercita la funzione giudiziaria in autonomia, erigendo un bastione contro l’arroganza autoritaria della politica. La sentenza dei nove giudici del massimo organo istituzionale americano è un avvertimento – perentorio – a rispettare lo Stato di diritto, la Costituzione e a frenare le voglie da dittatore dell’uomo di Mar-a-Lago.

Anche se la Casa Bianca cercherà di aggirare l’ostacolo con qualche escamotage – come il nuovo balzello lineare del 15% contro tutti – la disfatta politica resta colossale. Perché il punto non è mai stato il gettito fiscale o il deficit commerciale – che non è calato di un millimetro – ma il potere arbitrario da caudillo a cui aspira Trump. Lui ha usato la leva doganale come manganello da “dittatore dello stato libero di Bananas”, per punire il Brasile “reo” di aver processato il sovranista Bolsonaro (mentre Lula è rimasto in piedi e ha avuto ragione, come in Cina Xi Jinping), o per ricattare Francia e Germania, colpevoli di opporsi all’invasione della Groenlandia. In questo scenario di ricatti globali da parte di The Donald, brilla per coerenza servile solo Giorgia Meloni, una strategia lose-lose che la vede rincorrere scioccamente un alleato che la ignora, isolamento che sta diventando non solo patetico ma nocivo per l’Italia, in ambito Ue e ovunque.

La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti segnala poi che l’agenda nazionalista di Trump sta crollando. I due pilastri del sovranismo populista – i dazi e le deportazioni di massa – stanno cedendo sotto il peso dei loro stessi fallimenti. La campagna dell’Ice per “purificare” l’America, con retate che sfociano talvolta in violenze brutali contro i migranti e l’assassinio deliberato di civili incensurati, è il riflesso di un’agenda intrisa di autoritarismo. Tra distopia e reazione, gli americani sembrano aver già scelto. I sondaggi dicono che una vasta maggioranza boccia sia l’inflazione causata dai dazi, sia le operazioni in stile militare contro i migranti. Trump è oggi un presidente molto impopolare proprio sui suoi cavalli di battaglia: economia e immigrazione, ed è riuscito nella singolare impresa di essere un repubblicano sgradito alla sua stessa base su entrambi i fronti. Le elezioni di midterm potrebbero azzopparlo per sempre.

Quando un aspirante autocrate in crisi perde il consenso interno, di solito cerca una via d’uscita sul fronte della politica internazionale. L’Iran è in pole position per diventare la prossima “arma di distrazione – e distruzione – di massa” della Casa Bianca. Affidare i piani di un formidabile attacco in stile hollywoodiano in Medio Oriente all’ex mezzobusto di Fox News Pete Hegseth, oggi al vertice del Ministero della Guerra Usa, potrà forse solleticare i fanatici del movimento Maga, ma non restituirà a Trump il favore perduto sul fronte interno né migliorerà di una virgola il suo consenso con decine di milioni di americani (mai presidente era stato così impopolare come il n. 47, dicono i sondaggi).

Intanto resta un fatto: la democrazia americana dà ancora qualche sussulto di vitalità, non è ancora morta. La sentenza sui dazi ha smentito il mantra secondo cui la Corte Suprema sarebbe “nelle mani di Trump”, a cui si deve la nomina degli ultimi giudici conservatori. Falso: la Corte ha dimostrato di avere la dignità di saper bloccare gli abusi dell’esecutivo, chiunque sieda alla Casa Bianca. È ciò che la Costituzione chiede ai giudici di fare. Si spera, a tutte le latitudini, nei paesi che ancora fanno parte dell’Occidente.

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