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“Inchiesta odiosa sull’agente”: la difesa (social) d’ufficio di Salvini smontata pezzo per pezzo dall’indagine su Rogoredo

Testimoni, colleghi del poliziotto e procura triturano la posizione del ministro, inaugurata mezz'ora dopo i fatti e proseguita anche tre giorni dopo l'omicidio
“Inchiesta odiosa sull’agente”: la difesa (social) d’ufficio di Salvini smontata pezzo per pezzo dall’indagine su Rogoredo
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Gli era stata sufficiente mezz’ora per prendere posizione: “Sto con il poliziotto, senza se e senza ma”. Quindi tre giorni dopo, di fronte agli accertamenti della magistratura, aveva definito l’inchiesta “veramente ingenerosa, gratuita”. L’iscrizione del poliziotto Carmelo Cinturrino per omicidio volontario, argomentava, era “veramente eccessiva” e lui si definiva dispiaciuto perché “quel pubblico ministero”, cioè il magistrato Giovanni Tarzia, avesse aperto un “fascicolo odioso” come se “quell’agente avesse sparato per uccidere”. Era il 29 gennaio e Matteo Salvini non aveva alcun dubbio. Zero. Cinturrino aveva agito per legittima difesa, non doveva essere indagato, non aveva fatto nulla di male nei confronti Abderrahim Mansouri. Per il ministro delle Infrastrutture era una certezza: tre giorni prima, nel boschetto della droga di Rogoredo, periferia di Milano, l’agente aveva avuto un comportamento irreprensibile aprendo il fuoco contro il 28enne marocchino con precedenti per droga.

Ventiquattro giorni dopo, il poliziotto del commissariato di Mecenate è stato fermato dalla Squadra Mobile con un’accusa gravissima, circostanziata anche grazie alle testimonianze di alcuni suoi colleghi. Il pomeriggio del 26 gennaio, secondo la ricostruzione della procura di Milano supportata dagli accertamenti degli investigatori e alla Scientifica della Polizia, Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri “coscientemente e volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione”. L’agente esplose il colpo mentre il 28enne marocchino “cercava una via di fuga” dopo aver “minacciato i poliziotti” con una pietra “da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli”, si legge nel decreto di fermo firmato dal pubblico ministero Tarzia e dal procuratore Marcello Viola. A dimostrarlo, ci sarebbe anche il foro d’entrata del proiettile alla tempia destra, incompatibile con una posizione frontale, quindi di minaccia, del 28enne.

Non solo: la pistola finta che era accanto al suo corpo, quella che – secondo la versione di Cinturrino – Mansouri gli avrebbe puntato contro, inducendolo a sentirsi in pericolo e quindi a fare fuoco con la sua Beretta d’ordinanza, sarebbe stata messa lì dallo stesso poliziotto. Una messinscena. Che, tra l’altro, avrebbe ritardato i soccorsi abbassando le probabilità di salvezza del 28enne. Come ha raccontato un altro poliziotto, presente sul posto, l’agente del commissariato di Mecenate avrebbe spedito il collega a recuperare una “valigetta nera” negli uffici della Polizia. È lì che sarebbe stata custodita l’arma. La pistola, come hanno raccontato altri agenti, non è stata notata da nessuno accanto al corpo dopo lo sparo: “Non hanno visto alcuna pistola od oggetto nero compatibile con un’arma vicino al corpo”.

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