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‘La lunga frattura’, un saggio antagonista che parla di comunismo

L’opera è frutto dei ragionamenti fatti all’interno della redazione di Infoaut, e Infoaut è costituito da quelli che vengono abitualmente definiti “antagonisti”
‘La lunga frattura’, un saggio antagonista che parla di comunismo
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Un dato di qualche tempo fa ci diceva che in Italia si pubblicano qualcosa come dodici libri all’ora. Di questi buona parte sono biografie e thriller; poi scadenti romanzi; poca politica, e di quest’ultima poca che valga la pena di essere letta. Poca, ma ci sono le eccezioni. Ed il saggio di cui sto per parlare costituisce una eccezione duplice perché parla di comunismo (ops, comunismo, che parola desueta), dove “essere comunisti significa costruire un mondo nuovo dal quale lo sfruttamento del capitale e la soggezione allo Stato siano tolti.”

Eppure La lunga frattura parla sostanzialmente di questo, della sollevazione delle masse per ottenere un sistema di governo giusto ed eguale. L’opera è frutto dei ragionamenti fatti all’interno della redazione di Infoaut, e Infoaut è costituito da quelli che vengono abitualmente definiti “antagonisti”, sì, tipo quelli che hanno organizzato la manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna. E chi crede che siano dei balordi violenti o degli scappati di casa, si legga questo saggio profondo e documentato e sarà costretto a cambiare idea.

Cos’è la lunga frattura? È la crisi del capitalismo globale, i cui prodromi si potevano già intravvedere nel 2008, ma che si manifesta anche ai giorni nostri, e dà luogo a rivolte trasversali come l’esemplare “blocchiamo tutto” in favore del popolo palestinese, oggetto di genocidio ad opera di Israele, con la complicità degli stati occidentali, Italia compresa. Crisi che si amplierà in futuro, con la rarefazione delle risorse e con l’abbandono del welfare state in favore di scelte di riarmo, come quelle che gli stati stanno adottando. Con la conseguenza di un ulteriore impoverimento delle classi subalterne. Ed in questa ottica le misure repressive prese dagli stati occidentali non fanno che confermare la sensazione che qualcosa si sta muovendo, che la pentola comincia a bollire e forse non basterà il coperchio.

Anche perché il re è nudo e la parola democrazia (demos δῆμος, “popolo” e krátos κράτος, “potere”) è oramai svuotata di significante e di significato.

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