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Usa e Israele vogliono costringere l’Iran a interrompere il programma militare. Ma Teheran ora gode del sostegno militare cinese

Nei giorni scorsi, i media iraniani hanno pubblicato un video ad alta risoluzione della base aerea di Muwaffaq Salti, situata a Zarqa, in Giordania, e gestita dagli Usa, accompagnato dalla minaccia di prenderla di mira nel caso Washington decidesse di attaccare l'Iran. Immagini ottenute grazie al supporto di Pechino
Usa e Israele vogliono costringere l’Iran a interrompere il programma militare. Ma Teheran ora gode del sostegno militare cinese
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Mentre il complesso negoziato tra Iran e Stati Uniti sembra galleggiare in un allarmante stallo, proseguono con regolarità le manovre e gli spostamenti di mezzi militari statunitensi tra Oceano Indiano e Mar Mediterraneo, in vista di un probabile attacco alla Repubblica islamica. Attacco che, nel frattempo, potrebbe aver già perso uno dei suoi elementi caratteristici, cioè l’effetto sorpresa.

Nei giorni scorsi, i media iraniani hanno pubblicato un video ad alta risoluzione della base aerea – gestita dagli americani, che secondo le immagini a disposizione di Teheran la stanno utilizzando come centro per le operazioni di contrasto dei missili balistici iraniani verso Israele – di Muwaffaq Salti, situata a Zarqa, in Giordania, accompagnato dalla minaccia di prenderla di mira nel caso gli Stati Uniti decidano di attaccare l’Iran. Il video in questione non è frutto delle tecnologie iraniane, ma del supporto che la Cina sta fornendo a Teheran, non solo in termini di equipaggiamenti militari – almeno 120 i voli cargo operati tra Iran e Cina nelle ultime settimane – ma anche e soprattutto in termini di condivisione di intelligence militare, monitoraggio satellitare e sorveglianza: grazie al satellite cinese MizarVision, Teheran è venuta a conoscenza in tempo reale dell’arrivo alla base di decine di velivoli militari, tra cui F-35A, F-15E Strike Eagles e A-10C, droni Mq-9, oltre a ulteriori batterie antimissilistiche THAAD, così come i movimenti delle portaerei e della flotta navale americana.

Non solo: Pechino sta mettendo a disposizione di Teheran anche l’accesso al sistema satellitare denominato Beidou, alternativo al GPS controllato dagli Stati Uniti, il cui utilizzo da parte iraniana esponeva a una certa vulnerabilità strategica. Ferma nei suoi moniti verso la de-escalation e l’astensione dall’uso della forza da ambo i lati, Pechino rimane comunque un partner commerciale e politico dell’Iran, nonché acquirente principale del suo greggio, fondamentale per la propria competitività industriale (anche per via del suo prezzo scontato).

Il motivo per cui la riesplosione di un conflitto sembra sempre più probabile risiede nel programma missilistico iraniano: sviluppato da Teheran a partire dagli anni 90 – dopo che durante la guerra con l’Iraq Teheran si era vista negare dall’intera comunità internazionale sistemi antimissilistici per difendere le proprie città dagli attacchi di Saddam Hussein, ferita ancora aperta nell’establishment iraniano, fondativa del clima di sfiducia maturato in seguito -, nel tempo questo programma è venuto a costituire uno dei due pilastri della dottrina di sicurezza regionale iraniana, volta alla deterrenza, insieme al sostegno ad una serie di milizie in Libano, Palestina, Iraq, Siria e Yemen. Con l’indebolimento di queste ultime, non sorprende che Teheran consideri l’interruzione del programma non negoziabile, pena la condanna a ridursi in uno stato di impotenza e vulnerabilità, a maggior ragione di fronte alle esplicite minacce israeliane e americane.

In modo speculare, la dismissione di questo programma, negli ultimi mesi, sembra diventata la principale condizione che gli Stati Uniti e Israele vorrebbero imporre alla Repubblica islamica in cambio della promessa di non attaccarla. Se l’Iran considera i missili balistici come una sorta di assicurazione, o perlomeno una forma di deterrenza, Usa e Israele considerano la loro distruzione come una sorta di assicurazione sull’incapacità iraniana di reagire a un attacco. Anche in questa direzione vanno letti i tentativi di Benjamin Netanyahu di persuadere Trump circa il rischio – più teorico che reale – che Teheran sviluppi dei missili con l’obiettivo di colpire anche l’Europa e soprattutto gli stessi Stati Uniti. Iron Dome, infatti, è inadatto al contrasto di questi vettori, così come lo sono, pur in misura minore, i sistemi Arrow e David’s Sling. Ma anche i sistemi THAAD e Patriot, spesso utilizzati in tandem, se sottoposti ad una certa saturazione, possono andare in difficoltà, come dimostrato sullo scenario ucraino dai missili balistici russi Iskandar-M.

L’Iran, di questi missili balistici, alcuni dei quali molto simili a quelli russi – cioè con testate che una volta rientrate nell’atmosfera si staccano dal corpo principale e compiono manovre elusive a velocità elevatissime, dando pochissimo tempo di risposta a difese antimissilistiche – ne ha sviluppati di diversi tipi: quelli a corto raggio come gli Shahab-1 e 2, Zolfiqar, Fateh-110 e 313, che possono percorrere dai 300 ai 700 km; quelli a medio raggio, come lo Shahab-3 a propulsione liquida, in grado di percorrere nel suo modello base 1.300km, il Ghadr e l’Emad, cioè due sue evoluzioni (fino a 2.000km) con sistemi di guida più avanzati, il Sejjil (fino a 2.500km), a propulsione solida e con tempo di lancio più rapidi, ed il Khorramshahr, simile ma con capacità di carico maggiori. Ci sono poi altri sistemi elaborati negli ultimi anni e non sempre testati in scenario bellico – nemmeno nell’ultima guerra dei 12 giorni -, come ulteriori evoluzioni dell’Emad e del Sejjil, oppure il Khaibar, il Khaibar Sheikan e l’Hajj Qassem.

Se i missili a corto raggio – che possono essere lanciati rapidamente da piattaforme mobili, difficili da localizzare e neutralizzare – potrebbero essere usati da Teheran contro obiettivi americani nei paesi regionali in cui questi ultimi hanno delle basi, molti dei quali a ridosso dei confini iraniani, gli altri potrebbero essere usati contro la stessa Israele, e rispetto a giugno in quantità maggiori, in grado di saturarne più seriamente le difese, nel caso in cui i sistemi difensivi dislocati in altri paesi alleati di Washington venissero preventivamente messi fuori uso o indeboliti.

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